La giudice grata al pm Palamara per la propria nomina a Presidente. Dal “siamo un bel gruppo” al “ci vediamo stasera”, ecco perché bisogna separare le carriere

Le conversazioni tra Luca Palamara – pubblico ministero ed ex componente togato del CSM – e un magistrato appartenente alla funzione giudicante costituiscono una fotografia nitida di un sistema che oggi s’impone riformare. Non si tratta di un processo alle persone, ma si tratta di interrogarsi sulla struttura ordinamentale che quelle conversazioni rende possibile. Le chat parlano da sole. Il 4 luglio 2018, all’esito di una votazione, si legge: «È andata!!!!», scrive Palamara. E la risposta: «Luca carissimo, mi hai fatta presidente senza che me ne sia quasi accorta! Ancora grazie, sei troppo forte!!!!! Aspettiamo le elezioni e organizzo un superfesteggiamento». Non è tanto il tono confidenziale a colpire – pure significativo – quanto la naturalezza con cui una giudice riconosce al consigliere togato, pubblico ministero, un ruolo determinante nella propria nomina. In diverso passaggio, discutono della nomina di un altro magistrato, anche lui appartenente alla funzione giudicante.

Luca Palamara anticipa alla interlocutrice: «Domani dovrebbe essere giornata giusta». La magistrata risponde: «Grande!!! Glielo accenno?». E lui: «Sì, gli ho scritto SMS ma parlaci se puoi». Il giorno dopo, la conta: «3 voti [***] 1 [***] 2 astenuti». È il linguaggio della costruzione del consenso, della regia preventiva delle decisioni, dell’aritmetica delle nomine. Il 5 luglio 2018, il tono si fa ancora più esplicito: «[***] è veramente scorretto!», scrive la magistrata riferendosi ad un componente togato del C.S.M. «Vergognoso», replica Palamara. «Dobbiamo togliergli anche l’ultimo voto». Non è un confronto culturale. È gestione di equilibri interni. È dinamica di cordata. Il giorno seguente, Palamara cerca di rincuorare la collega: «Ciao [***]. Mi sento in grande difficoltà nei tuoi confronti perché sei un’amica. Sono dinamiche associative che in un momento come questo sono esacerbate e che è difficile controllare». Ed ancora, il 25 luglio 2018, la Giudice scrive al suo interlocutore: «Ci vediamo stasera. Ho invitato anche il frutto del tuo lavoro al civile ([***], [***] e [***]… [***] rientra domani dalle ferie)».

La conversazione prosegue, anche dopo la serata organizzata per festeggiare le nuove nomine. Palamara scrive: «Grazie [***] per la bellissima serata». La risposta: «Grazie ancora a te Luca. Siamo proprio un bel gruppo! Peccato per [***]. Un super abbraccio». Il passaggio forse più emblematico è del 24 novembre 2018, in piena crisi associativa: «Devono essere guidati da noi», «Csm e voi dettare la linea», «La elaboriamo noi», «Non avere mai dubbi […] sulla nostra assoluta centralità», «dobbiamo piaccia o no a [***] fare NOI la linea politica». A parlare è un pubblico ministero, già consigliere del CSM, rivolgendosi a una giudice che, lamentando le forti contrapposizioni all’interno della magistratura, critica la linea “filogovernativa” di una «cordata», così scrivendo: «Ognuno cura il proprio orticello di potere», «queste lotte intestine non mi piacciono». Si discute di linea politica, di guida, di centralità nel governo associativo e ordinamentale. Il punto non è la confidenza personale, ma l’assetto strutturale che rende possibile questa commistione.

Dal “siamo un bel gruppo” a “ci vediamo stasera”, ecco perché bisogna separare le carriere

La lettura delle chat dimostra come le grandi nomine siano dettate da equilibri che attraversano senza distinzione chi accusa e chi giudica. Non sono un semplice scambio privato: sono la rappresentazione plastica di un sistema in cui le carriere restano intrecciate. Quando un pubblico ministero può incidere sulla nomina di una giudice, quando quella giudice ne riconosce apertamente il ruolo, quando insieme si discute di come “fare la linea”, non siamo davanti a un’anomalia individuale, ma a una fisiologia del sistema. È l’architettura stessa che consente — e in qualche misura favorisce — questa osmosi. La separazione delle carriere interviene proprio su questa zona grigia: non per sanzionare comportamenti, ma per modificare la struttura che li rende possibili.

Distinguere fin dall’accesso i percorsi di chi esercita l’azione penale e di chi è chiamato a giudicarla, prevedere Consigli distinti, significa interrompere quella contiguità permanente che oggi si traduce in reciproca influenza sulle nomine e sulle prospettive professionali. Perché la terzietà non è solo una qualità interiore del giudice; è anche il risultato del contesto istituzionale in cui opera e le chat mostrano con chiarezza cosa accade quando questa distanza strutturale non esiste: il confine tra accusa e giudizio si assottiglia e, con esso, si indebolisce la fiducia nel sistema.