A un anno esatto dal secondo insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, la Francia ha mandato in onda in prima serata, sull’ammiraglia del servizio pubblico, France 2, il nuovo documentario d’inchiesta di Guy Lagache dal titolo eloquente “La guerre, Donald Trump et nous”. Si comprende subito che non si tratterà di una semplice ricostruzione della guerra in Ucraina, ma di un atto d’accusa politico rivolto al Forty-seventh, colpevole di abbandonare l’Europa di fronte all’aggressione di Vladimir Putin e di compromettere così il destino dell’alleanza occidentale.
Per preparare il pubblico, l’emittente francese ha fatto precedere il documentario da un dibattito intitolato “Le retour des empires”, nel quale si sono confrontati il ministro degli Affari esteri Jean-Noël Barrot e il leader della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon. Pur non concordando praticamente su nulla, i due condividevano tuttavia un punto di partenza comune nel riconoscere che la Francia e l’Europa sono oggi esposte a rischi esiziali provenienti sia da oltre Atlantico sia da Est. Naturalmente, gli imperi evocati sono quello statunitense, quello russo e, sullo sfondo, quello cinese, con l’Europa relegata nel ruolo di riluttante soccombente. Guy Lagache, in cento minuti, ricostruisce i principali elementi di crisi del 2025 legati alla guerra in Ucraina. Al centro della narrazione si colloca il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentato come il leader che, in una prospettiva europea, tenta di tenere unite le due sponde dell’Atlantico, mantenendo un Trump umorale all’interno del quadro di difesa dell’Ucraina, evitando cioè quel disimpegno che sembra tentare l’inquilino della Casa Bianca.
Le telecamere hanno accesso a riunioni di altissimo livello. Emblematico è l’incontro del 10 maggio 2025, quando Volodymyr Zelensky ricevette Emmanuel Macron, Keir Starmer e Donald Tusk, giunti a Kiev con un treno speciale partito dalla Polonia. La scena, resa visibile al pubblico attraverso inquadrature “live”, racconta il tentativo dei leader di ricucire il rapporto di Zelensky con Donald Trump attraverso una telefonata dai toni confidenziali. Il rischio di una narrazione embedded è evidente, ma è altrettanto chiaro il tentativo politico dell’operazione, orientata a mantenere gli Stati Uniti all’interno di una cornice occidentale condivisa sul dossier ucraino, evitando che l’America si sfili proprio nel momento in cui l’Europa appare più esposta all’aggressione di Putin.
L’indiscutibile potenza militare statunitense resta l’elemento al quale l’Europa pare aggrapparsi, vista l’incapacità dimostrata nel dotarsi di una propria autonomia strategica. La diplomazia americana, espressione diretta di Trump, viene descritta come approssimativa, non quella istituzionale di Foggy Bottom, ma quella di emanazione diretta della volontà del presidente statunitense. Significativa, al riguardo, è la figura di Steve Witkoff, promotore immobiliare dell’inner circle di Trump, rappresentato come l’inviato che avrebbe riferito al presidente presunte aperture di Vladimir Putin, poi smentite dai fatti e culminate nel fallimentare summit in Alaska. Di rilievo è anche la rappresentazione del vicepresidente J.D. Vance, ripreso durante la Conferenza sulla sicurezza di Monaco mentre sostiene davanti agli europei che la principale minaccia per l’Ue non proverrebbe né dalla Russia di Putin né da altri regimi autoritari, ma dal suo stesso interno per deficit democratici e di libertà. In questo quadro Trump appare come una figura imprevedibile, incline a umiliare alleati e partner europei, forse persino incapace di nascondere una singolare attrazione politica per l’autocrate del Cremlino.
Guy Lagache affida le conclusioni allo stesso Emmanuel Macron, il quale afferma: “Putin farà di tutto per non fare la pace. Nessuno pensava che la Russia avrebbe aggredito l’Ucraina, eppure lo ha fatto. Consapevoli dei rischi, dobbiamo fare una sola cosa, prepararci e dissuadere. E per dissuadere bisogna essere forti”. In queste parole si condensa tutto il colpevole ritardo accumulato dall’Europa negli anni in cui ci si illudeva sulla “fine della storia”.
