«In questo libro non c’è rabbia. Il fatto è che di rabbia ce n’è già così tanta, nei cortei e per le strade, nelle accademie e nei talk-show, sugli autobus e sulle chat, che in un moto di autoconservazione ho preferito sostituire la possibile Poesia della Vita al suo spesso inevitabile livore». Questo è un libro necessario. Di pace, potremmo dire. Si tratta di “La società fra memoria e speranza – Hatikvah. Per un Umanesimo possibile” (Guerini Scientifica) di Clelia Castellano, che è una sociologa napoletana e un’intellettuale di grande cultura. È un’opera un po’ diversa da quelle che si leggono in questo periodo, in cui sembra inevitabile un che di animosità, di polemica, di battaglia, in certi casi di guerra.
Castellano sceglie un’altra strada: il recupero della memoria come vettore della speranza sulle tracce della storia dei popoli (ebrei, ma anche armeni, curdi) come fondamento di un ordine pacificato. Tra l’altro, le ricostruzioni dei massacri di popoli altri da quello ebreo sono interessantissime e poco divulgate. Il concetto di “Hatikvah” (in ebraico “la speranza”) vale per tutti i popoli oppressi, ed è fondamentale per ragionare della memoria storica come orizzonte, oltre la mera commemorazione, ma come forza vitale per l’identità dei popoli: e dunque il nesso da rintracciare è quello tra memoria, radici, storia, avvenire. L’autrice sottolinea che riconoscere la memoria del popolo ebraico non significa automaticamente una presa di posizione politica binaria, ma l’accettazione che ogni popolo «è in cerca di un orizzonte», un orizzonte non solo “fisico” ma anche filosofico, culturale, poetico.
«Per lungo tempo si è rinfacciato al popolo ebraico l’ergersi a unico attore della sofferenza nella storia, come se il lavoro sul ricordo degli eventi della Shoah, la cui portata educativa è immensa, fosse colpevole di mettere in ombra altre storie di sofferenza: nulla di più ingiusto, sia perché l’unicità della Shoah come fenomeno storico è innegabile, sia per la vicinanza di una parte del mondo culturale ebraico, nonostante le posizioni della politica ufficiale, ad altre tragedie, come quella armena. Gli ebrei non hanno chiesto di essere deportati, torturati, odiati, dispersi: sulla loro pelle, hanno imparato la lezione della memoria e della resilienza, e queste sono lezioni di umanesimo alle quali tutte le culture debbono attingere», scrive Castellano.
Che poi spiega di aver scritto questo libro «che condanna l’antisemitismo non per tutelare una minoranza etnica o culturale, per la quale provo empatia e ammirazione, ma per tutelare, attraverso un popolo che è stato reso dalle sferzate della storia Maestro di memoria nell’erranza e nella sofferenza, l’umanità tutta, e ogni memoria. Dire no all’antisemitismo significa dire sì alla vita, alla tolleranza, al rispetto di ogni essere umano e di ogni popolo. Dire no all’antisemitismo è il primo mattone per costruire un umanesimo globale, cominciando dall’Occidente, che dopo il tramonto preconizzato da Spengler cerca la promessa di una nuova alba».
Ed è dunque dall’orrore che traggono forza le ragioni della speranza. E nulla come le parole di Anna Frank, riportate in esergo ad un capitolo di questo toccante libro di Clelia Castellano, ne danno il senso: «Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà anche noi, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità».
