Dal punto di vista comunicativo, l’Amministrazione Trump è stata sempre attentissima a portare il focus sulla singola cosa positiva piuttosto che sulle altre dieci negative. La gestione della pubblicazione degli Epstein Files, invece, è risultata catastrofica in tutti i suoi aspetti. Nulla di ciò che è stato fatto dall’Amministrazione, e in particolare dal Dipartimento di Giustizia, ha dissipato in alcun modo i sospetti che il popolo americano sta cominciando a nutrire (con forza sempre maggiore) contro il suo Presidente.
Stupisce la superficialità con cui sono state fatte le cose: i Files pubblicati dal Dipartimento di Giustizia sono stati pesantemente criticati per l’eccessiva censura, ritenuta ben oltre i limiti stabiliti dal Congresso, anche se l’assenza di un “redaction sheet” – documento contenente la spiegazione dei criteri utilizzati per la censura – rende molto difficile capire con certezza se la legge, che prevede di coprire solamente i nomi delle vittime, sia stata violata. Tra l’altro, il processo di “redaction” è stato svolto in modo sbrigativo, nonostante i Files siano stati nella disponibilità dell’FBI già a febbraio. Alcuni tecnici, infatti, hanno rilevato che per un certo periodo di tempo i tratti neri potevano essere bypassati semplicemente incollando il documento sulle note del telefono.
Il combinato disposto di incompetenza e malafede si è dimostrato particolarmente (in)efficace soprattutto su una lettera di cui si è parlato estesamente nei giorni scorsi. La lettera, risalente intorno alla data della morte di Epstein, sarebbe stata inviata dal carcere di Manhattan, a Larry Nassar, il medico delle giovani ginnaste statunitensi, condannato per molestie sessuali su almeno 150 ragazze. Nella lettera, il finanziere parla al medico “dell’amore condiviso dal nostro Presidente per le ragazze giovani e nubili”. Il Dipartimento di Giustizia, solo dopo aver notato che la lettera stava cominciando a circolare insistentemente sui social, ha provveduto a dichiararne falso il contenuto, citando anche un’analisi grafologica richiesta all’FBI sei anni fa, senza pubblicarne però i risultati. Nel “debunk” si cita, tra le altre cose, la data di spedizione, posteriore alla morte di Epstein, oltre alla presenza di un francobollo della Virginia. In realtà, le lettere inviate dal carcere subiscono un lungo processo di verifica, che giustificherebbe la questione temporale, e spesso subiscono questi controlli in degli hub presenti anche in Virginia.
Tutti questi elementi competono a delineare un quadro in cui il Dipartimento di Giustizia non sembra avere idea di come gestire un processo di pubblicazione di documenti. La selezione ad arte dei documenti di cui valutare la veridicità non fa altro che alimentare delle speculazioni su Donald Trump che potevano essere evitate o almeno limitate. E qui si torna ad uno dei punti che ha caratterizzato il secondo mandato di Trump: la sostituzione di chiunque non dimostri lealtà incondizionata, anche a costo di rimetterci in termini di qualità del Cabinet. Si vede in modo molto chiaro.
