La questione mediterranea: il mare del mercato strategico dove si gioca la ricostruzione del mondo post-ucraino

La guerra di Gaza, lungi dall’essere un conflitto confinato, ha riaperto la questione mediterranea in tutte le sue dimensioni: politiche, economiche e strategiche. Non si tratta solo di un dramma umanitario, ma di un nodo che segna la difficoltà del mondo a ritrovare una grammatica comune della convivenza.

Nella percezione israeliana, Gaza rimane un capitolo separato, una parentesi di sicurezza interna più che una questione politica globale. Ma proprio questa distinzione — Gaza come enclave, i palestinesi come problema disperso — indebolisce ogni tentativo di piano di pace coerente e favorisce la penetrazione di nuovi protagonisti sulla scena mediterranea. La Turchia, con la sua combinazione di assertività militare e pragmatismo commerciale, ha esteso la sua influenza dal Levante al Maghreb, diventando crocevia energetico e interlocutore privilegiato del mondo arabo.

La Cina, discretamente ma con metodo, costruisce la sua presenza lungo le coste del Mare Nostrum, acquistando terminal, partecipando a gare d’appalto e garantendosi controllo logistico e marittimo. La Russia, mentre combatte la sua guerra d’usura in Ucraina, mantiene presidi navali e alleanze locali in Libia e in Siria: un modo per dire che, anche nei momenti di crisi, Mosca non rinuncia al Mediterraneo come spazio d’influenza. Il risultato è che il Mediterraneo non è più solo una frontiera culturale, ma un mercato strategico di interdipendenze: gas, cavi, rotte, cantieri, infrastrutture digitali. È qui che si gioca la vera “ricostruzione” del mondo post-ucraino. Ed è qui che si intrecciano gli interessi economici e diplomatici, spesso con più discrezione che bandiere. Per l’Italia questa nuova geografia è un banco di prova. Non basta invocare la mediazione: occorre costruire un ruolo stabile, economico e industriale, all’altezza della propria posizione e della propria storia.

Il nostro Paese dispone di asset unici — una rete diplomatica esperta, un’industria della difesa e dello spazio di livello globale, una capacità logistica che collega l’Europa al Nord Africa — ma serve una strategia coerente che unisca economia e politica estera. Essere “ponte” non è più una metafora: è una responsabilità concreta, che implica investimenti, visione e continuità. Oggi il Mediterraneo è la sintesi di tutte le contraddizioni globali: guerra e ricostruzione, sicurezza e sviluppo, energia e cultura. La pace, se mai arriverà, nascerà qui — dal lavoro, dalle infrastrutture, dalle relazioni economiche che restituiscono stabilità ai popoli prima ancora che alle diplomazie. E l’Italia, se saprà guardare oltre le parole, può tornare a essere non spettatrice, ma architetto di quel nuovo equilibrio che dal mare torna a ridisegnare la terra.