La riforma della giustizia osteggiata. Carriere separate e doppio Csm non sono un dogma ideologico

L’escalation non si ferma. Sono a rischio, nell’ordine: la magistratura e la sua indipendenza, la democrazia e la Costituzione, la lotta al crimine e le libertà di tutti. Mica il 22 e 23 marzo voteremo per un referendum su una legge. Saremo al bivio fra i sacri valori e un golpe bianco.

Questo il tono complessivo della campagna per il “No”, animata dall’Associazione Nazionale Magistrati e sostenuta da una parte politica, la cui leader – Elly Schlein – è andata al loro congresso a dire solennemente: “Voi siete i difensori dei diritti”. Dei diritti, capito? Non semplicemente funzionari pubblici chiamati a far rispettare la legge, e quindi anche ad applicare la riforma costituzionale varata dal Parlamento. E dove si annida, in questa riforma, l’ennesimo “pericolo per la democrazia” che ci perseguita dai tempi di Berlinguer? Nel fatto che chi accusa non sarà più collega di chi giudica. E sarà a sua volta giudicato da un organo diverso. E che, addirittura, dovrà in certi casi rispondere di quel che fa.

Il Riformista ha pubblicato proprio ieri un eloquente elenco di donne e uomini di sinistra che votano “Sì” proprio per non tradire sé stessi: Ceccanti, Mancina, Barbera, Concia, Picierno, Petruccioli, Morando, Fusaro. Perché, salvo che nelle deviazioni del giustizialismo italiano, sinistra è ovunque sinonimo di tensione libertaria e garantista. La stessa che anima la quarantennale battaglia dei radicali e di Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora. Anche lui arruolato dalla stampa manettara fra i sostenitori virtuali del “No”. Il capovolgimento della storia e della realtà si conferma la specialità dei nostri pasdaran della morale. Ma non ci sono solo gli esponenti della sinistra, i pannelliani o la comunità socialista unita nel Comitato Vassalli. La svolta di civiltà della separazione delle carriere ha conquistato anche ex eroi di mani pulite come Antonio Di Pietro. E tanti altri magistrati in prima linea. Così, ti capita sotto gli occhi l’intervista al procuratore capo di Lecce, Giuseppe Capoccia. Uno che ha fatto antimafia sul serio, che ha vissuto la trincea dei tribunali, e che con voce pacata e ragionata dice: “Preoccupante che l’ANM diffonda notizie non vere”. Dice che nessuno metterà i pm sotto il governo. Che l’obbligatorietà dell’azione penale resta intatta. Che bisogna smetterla di strumentalizzare persino Giovanni Falcone.

La riforma osteggiata

Il procuratore salentino ha un tono accorato, perché comprende che più passano i giorni, più emerge che la vera lesione dell’immagine della magistratura non arriva dalla riforma, ma dal modo in cui viene osteggiata. Dai retaggi di un’ideologia che trasforma ogni cambiamento in una “vendetta dei politici”. Come se Vassalli, nel 1989, fosse un emissario del regime. O Nordio, oggi, un eversore. Quando invece sono uomini dello Stato, riformisti veri che si scontrano con una visione semi-teocratica che pretendeva e pretende irresponsabilità. E lo fa in nome di una presunta superiorità etica, acquisita 35 anni fa e mai più abbandonata. Anche se “pentiti” come Luca Palamara l’hanno raccontata dal di dentro.

Le carriere separate e il doppio Csm non sono un dogma ideologico. Sono un punto di equilibrio. Potremmo dirlo con Cassese, con Caiazza o molti altri nomi illustri. Ma le parole più precise sono queste: “Chi è iscritto ad una corrente è molto avvantaggiato… La magistratura in questi anni non ha avuto il coraggio, non hanno voluto perdere il potere delle correnti”. Firmato Luigi Gratteri, anno di grazia 2022.