La rivoluzione di Dorso che non si fece mai, un secolo dopo siamo ancora qui a fare i conti con la questione meridionale

Un secolo dopo siamo ancora qui a fare i conti con la questione meridionale, con il trasformismo, con l’arretratezza delle élites, con il problema della marginalità economica e politica del Mezzogiorno. C’era già molto in un libro di Guido Dorso del 1925 uscito per la casa editrice di Piero Gobetti: è “La rivoluzione meridionale” che meritoriamente Feltrinelli ripubblica con uno scritto di Nicola La Gioia e scritti (molto preziosi) di Luigi Fiorentino, Guido Melis e Amedeo Lepore.

Ne viene fuori un volume esaustivo sulla figura di Dorso, uno dei massimi intellettuali del secolo scorso e segnatamente del pensiero democratico meridionalista, incastonato con la sua personalità solitaria tra i Salvemini, i Fortunato, i Gramsci. Cos’era dunque questa rivoluzione meridionale, considerata centrale, addirittura precondizione della rivoluzione italiana? Spiega Lepore: «Una nuova politica democratica, non trasformista, e un nuovo orizzonte economico, non protezionista, che si erigevano su un’Italia e un Mezzogiorno produttivi, con una conformazione di tipo agrario-industriale. Una sintesi tra la sensibilità economica del marxismo e la sensibilità etico-politica dello storicismo liberale». Siamo nel solco di Gobetti, amico di Dorso: entrambi immaginavano un incontro fecondo tra élites, beninteso nuove élites, e le masse, operaie per Gobetti, contadine per Dorso, in un quadro di rinnovamento morale che conducesse alla edificazione di uno Stato nuovo. C’è in questa impostazione una tendenza un po’ paretiana nel porre al centro il ruolo delle élites.

Notò Norberto Bobbio che in Dorso «si vede primamente l’innesto della teoria delle élites in una concezione democratica della vita politica», un’impostazione criticata dai comunisti che vedevano ignorato il ruolo del partito, il che peraltro non impedì al Pci di chiedere all’illustre meridionalista di Avellino di presentarsi come indipendente nelle sue liste nel 1946, candidatura che Dorso rifiutò: fu invece nella lista del Partito d’azione ma non venne eletto. Chissà se quella delusione ebbe conseguenze sulla sua salute: morì l’anno dopo, ancora giovane. Dunque il concetto di rivoluzione in Dorso è da intendersi come qualcosa che attiene alla morale più che all’azione reale, come moto di coscienza di massa antitetica alla gobettiana “autobiografia della nazione” scritta con il fascismo e ancor prima con il lungo processo trasformistico alla base dello Stato unitario culminato con il giolittismo (il libro di Dorso è anche un magnifico testo di storiografia).
La visione dorsiana è senza sconti verso «lo Stato, che, da organo supremo del diritto, da fonte precipua ed unica di eticità, si trasforma in Italia in organo del privilegio, in fonte continua e perseverante dell’ingiustizia», ragione per cui «è intuitivo che non si può aspettar salute dall’azione riformatrice dello Stato, per la evidente sua incapacità di tutelare gli interessi generali contro ed anche oltre gli interessi particolari che lo permeano, o dall’azione correttiva dei partiti, che riproducono nella loro organica costituzione tutte le deficienze della società italiana».

Dunque – scrive Dorso – «bisogna invece affrontare, anche nel campo politico, scientificamente il problema per cercare di potenziare con intransigenza giacobina gli scarsi elementi di soluzione che pure esistono, per quanto allo stato soltanto tendenziale e latente». Sul “come” fare per organizzare questi «elementi di soluzione», l’intellettuale avellinese non dice: non è un uomo politico, e lo sa. Qui c’è al tempo stesso la forza e il limite del grande illuminista, come lo definisce Lepore. Ma non è solo un problema di limite personale, quanto l’effetto di una sorta di pessimismo che egli mostra di avere nell’animo: «Ma esiste una nuova classe politica nel Mezzogiorno? Esistono cento uomini d’acciaio, col cervello lucido e l’abnegazione indispensabile per lottare per una grande idea?».

Non dice espressamente di no ma già essersi posto la domanda suggerisce una risposta negativa. In fondo, la sua analisi sullo sviluppo della recente storia d’Italia probabilmente si attaglia anche all’immediato dopoguerra ed è un’analisi che non lascia grandi speranze. Spiega Lepore citando Dorso: «Da questa situazione, che comportava una continua intermediazione tra gli eletti nelle istituzioni nazionali e le “inerti masse meridionali”, scaturiva una specifica inclinazione al trasformismo, alimentata dalla ricerca di sostegni assistenziali e favori in chiave elettoralistica, saldando così “attraverso una sintesi non hegeliana, gli interessi di qualche gruppo del Nord con gli affari di tutti i ladruncoli dichiarati contabili del Sud». E allora serve uno scatto, una “rivoluzione” che tenda a qualcosa di completamente nuovo partendo dalla «necessità da parte del popolo meridionale di conquistarsi il self-government, ed elaborarne le soluzioni pratiche in contraddizione aperta a tutte le esigenze del paternalismo».

Insomma una forma di autogoverno capace di trasformare «il pensiero nell’azione» e di rendere consapevoli i meridionali dell’esigenza di costruirsi da soli il proprio avvenire, abbandonando «la triste abitudine di attendere dalla Provvidenza divina o dal governo la carità».
Siamo qui alle soglie dell’utopia, verrebbe da dire. Ma in un ultimo slancio fiducioso, alla fine di “Rivoluzione meridionale“, Guido Dorso scrive: «Occorre che i giovani, i quali hanno già dato qualche segno di non voler seguire le linee di sviluppo della tradizione dei padri, escano dallo stato di fatalismo, che incombe sulle anime meridionali, per dimostrare che le élites del Sud non sono costituite soltanto da speculatori geniali capaci di anticipare di secoli le grandi scoperte del pensiero umano, ma sono costituite anche da uomini di azione, capaci altresì di compiere il miracolo di svegliare un popolo di morti.[…] Certo, il cammino è lungo e pieno di ostacoli, ma sembra che sia già affiorata una generazione capace di spezzare gli ultimi ceppi del feudalismo. Incomincia anche per il Mezzogiorno l’evo moderno».
Purtroppo, forse non è andata proprio così.