Le parole pronunciate ieri da Leone XIV durante l’udienza del mercoledì squarciano il velo di ipocrisia di una parte della sinistra e del mondo cattolico.
Che cosa ha detto il Papa?
Riferendosi all’antisemitismo, in occasione della Giornata della memoria delle vittime della Shoah, ha chiesto “il dono di un mondo senza antisemitismo e senza più pregiudizio”. Il messaggio è politico ed è teologico. È politico perché confuta “il pregiudizio” che la critica a Israele non nasconda spesso la forma di antisemitismo secolarizzato e che si fa scudo attraverso le presunte colpe dei governi israeliani. Pregiudizio che ricade non solo sugli ebrei di Israele, bensì in forme non meno violente ai danni di ebrei cittadini di altre nazioni. L’agostiniano Leone XIV è consapevole che a simili mistificazioni si ricorse in passato per giustificare l’antigiudaismo di natura religiosa e dopo l’antisemitismo di natura razziale.
È politico perché con Leone XIV la Chiesa ritorna a considerare l’Occidente suo figlio. Non solo l’Occidente geografico, in cui rientrano Europa e Stati Uniti, bensì anche l’Occidente geoculturale rappresentato dalla nazione ebraica. In un contesto di tensione internazionale che si trasforma in guerre, anche se ancora localizzate, il Pontificato di Pio XII fa da stella polare, come dimostra sempre più la migliore storiografia di questi anni, non solo per la difesa degli ebrei ma anche per la difesa della civiltà occidentale da parte di Pacelli. Lo ha ribadito qualche settimana fa il ministro degli Esteri della Santa Sede, monsignor Paul R. Gallagher, durante un convegno all’università Gregoriana a Roma sulla diplomazia di Pio XII.
Non hanno solo il risvolto politico le parole pronunciate ieri dal Pontefice. C’è anche quello teologico. Che si inserisce nel contesto della celebrazione dei sessant’anni della dichiarazione conciliare Nostra Aetate sui rapporti fra ebrei e cristiani. L’Osservatore Romano del 16 gennaio ha pubblicato un intervento di monsignor Norbert Hofmann, segretario della Commissione vaticana per i rapporti con l’ebraismo, in cui si legge che “la storia degli effetti di Nostra Aetate è ricca di significato: gli interlocutori da estranei a diffidenti si sono progressivamente trasformati in amici”. Non è stato così con il predecessore di Leone. Proprio durante quel Pontificato, sul quotidiano ufficioso della Santa Sede faceva capolino il termine “genocidio” per riferirsi a quello che stava avvenendo a Gaza. Ci vollero le proteste roboanti delle Comunità ebraiche di mezzo mondo perché il quotidiano papale correggesse il tiro con il suo internazionalista di riferimento Vincenzo Buonomo.
Nel discorso di ieri, la questione antisemita si è inserita insieme con la preservazione della Tradizione, avvalorata dai grandi dottori della Chiesa come Tommaso d’Aquino e John Henry Newman, per i quali, come peraltro sostenuto dal teologo Benedetto XVI in dialogo col rabbino Jacob Neusner, la tradizione ebraica dell’Antico Testamento non conosce fratture con la tradizione cristiana del Nuovo. Papa Leone ha rimesso le cose al loro posto.
