La sinistra italiana guarda a Mamdani, ma è il difficile è vincere nelle province

New York City mayor-elect Zohran Mamdani talks to reporters at a news conference in New York, Monday, Nov. 17, 2025. (AP Photo/Seth Wenig)

Dal momento della sua elezione a sindaco di New York, parte del centrosinistra italiano ha iniziato a indicare Zohran Mamdani come un nuovo modello da seguire, la formula adatta per tornare a vincere le elezioni. Credo che Mamdani abbia fatto qualcosa di straordinario: la vittoria nella corsa a sindaco di New York è figlia innanzitutto della sua freschezza e del suo carisma, della sua presenza capillare in ogni angolo della città e di uno stile comunicativo non solo innovativo, ma di indubbia qualità.

Credo anche, però, che il risultato rifletta dinamiche prettamente newyorchesi e anzi, di una minoranza di quella città: l’affluenza si è stabilita intorno al 40% degli aventi diritto, pur trattandosi di un dato comunque significativo visti i precedenti. Mamdani interpreta perfettamente, con la sua biografia, la natura della metropoli più multietnica del mondo, da sempre aperta ad ogni tipo di contaminazione, tradizionalmente di orientamento progressista. In quel contesto, ha portato avanti una battaglia sostanzialmente monotematica, sul costo eccessivo della vita e sulla necessità di rendere la città accessibile a tutti. L’ha fatto in modo estremamente radicale, con toni e proposte che molti hanno indicato come populisti – dal trasporto pubblico totalmente gratuito all’opposizione sistematica ai progetti di sviluppo immobiliare privati, dalla costruzione di una banca pubblica dello Stato di New York al trasferimento di risorse dal budget della polizia di NY ai servizi sociali, da nuove tasse sulle seconde case ad un rigido controllo sui valori degli affitti – della cui realizzabilità è lecito dubitare. È piaciuto, ha vinto meritatamente, ma è difficile immaginare che le stesse idee avrebbero potuto funzionare in altri contesti.

Forse nelle grandi città, dove – anche in Italia – risiede un elettorato tradizionalmente più “allenato” al cambiamento e portato ad un atteggiamento inclusivo nei confronti delle più varie “diversità”. Ma abbiamo bisogno di Mamdani per capire come vincere nelle città? A giudicare dai risultati – e dal fatto che nella maggior parte delle città italiane (ed europee) i sindaci abbiano un’estrazione progressista – non sembrerebbe così necessario. Apertura e pragmatismo sembrano essere la cifra che consente al centrosinistra di interpretare in modo efficace la cultura e i bisogni della maggior parte dei contesti urbani. Il nostro problema è come vincere fuori dalle città, nelle province. In questi ambiti – soprattutto nelle aree interne, meno consuete a confrontarsi con una realtà in rapido cambiamento e con “l’altro”, con una dimensione sociale che spesso è andata impoverendosi – prevalgono il bisogno di protezione, il timore del futuro e sentimenti identitari che la destra ha imparato a intercettare e a cavalcare con successo.

È evidente che le chiavi di quella parte politica non possono essere le nostre, ma lo è altrettanto che è lì che ci manca qualcosa. In alcuni casi – penso al nord Italia – pesa la difficoltà di una parte della sinistra a sintonizzarsi con la cultura d’impresa che permea i territori. In altri, lo scarso valore che si tende a dare al radicamento e alle tradizioni. O anche – più in generale – un difetto di concretezza, di “normalità”, un linguaggio più semplice e diretto che ci avvicini alle persone. Non ho evidentemente certezze o ricette, ma tendo a pensare che non sia Mamdani il modello che ci farà svoltare.