La stagione del riscatto: quando lo Stato smise di contare i morti e iniziò a dare la caccia ai capi

C’è stata un’epoca in cui l’Italia non era solo un Paese, ma un fronte di guerra. Una guerra asimmetrica, combattuta tra il fragore del tritolo e il silenzio complice di troppi uffici pubblici. Chi ha memoria degli anni ’90 ricorda l’odore acre delle macerie di Capaci e via D’Amelio, le bare avvolte nel tricolore che sfilavano tra la rabbia e la rassegnazione di una Palermo che sembrava perduta.

In quegli anni la democrazia italiana sembrava un castello di carte che Cosa Nostra tentava di soffiare via con la forza del terrore. Eppure, mentre le telecamere indugiavano sull’apparente resa  dello Stato, sotto la superficie del dolore stava accadendo qualcosa di diverso: non era solo reazione emotiva ma riorganizzazione cerebrale. Nelle questure, negli uffici del Servizio Centrale Operativo (SCO) e nei corridoi della Squadra Mobile di Palermo, prendeva forma una nuova grammatica investigativa. È questo il cuore della web-serie lanciata dal sindacato di Polizia Coisp: un viaggio in più episodi che ripercorre, a trent’anni dall’arresto di Giovanni Brusca e a venti da quello di Bernardo Provenzano, non la cronaca del male, ma l’anatomia della sua sconfitta.

Il progetto del Coisp evita scientemente la trappola della “mitizzazione” del criminale. Non c’è spazio per il fascino sinistro dei boss perché il riflettore è puntato esclusivamente su chi li ha braccati. La serie ricostruisce quella “scienza del pedinamento” che, in un’epoca priva di algoritmi e delle tecnologie digitali odierne, si affidava all’intuito puro, alla conoscenza maniacale del territorio e a un incrocio analogico di dati che oggi oseremmo definire eroico. “Abbiamo voluto ricordare cosa accadde quando la mafia tentò di mettere in discussione le regole democratiche. Fu una lotta tra mafia e Stato: da una parte gli assassini, dall’altra professionisti che con acume investigativo hanno scritto pagine decisive della nostra storia”, ha sottolineato Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, per ribadire come l’iniziativa voglia essere un atto di responsabilità civile e non una semplice celebrazione.

Protagonisti del racconto sono gli uomini che hanno abitato quegli anni in trincea: figure come Renato Cortese, Luigi Savina e Claudio Sanfilippo. Nomi che per gli addetti ai lavori rappresentano l’eccellenza della Catturandi, il reparto d’élite della Polizia di Stato specializzato nel rintracciare l’invisibile. La cattura di Giovanni Brusca –  che la storia ricorda come lo “Scanna Cristiani” – e quella di Bernardo Provenzano, il fantasma di Corleone, non furono colpi di fortuna ma il risultato di un assedio intellettuale durato anni.

Non si tratta, dunque, di una celebrazione acritica del potere giudiziario o di Polizia, ma della dimostrazione di come lo Stato di diritto sappia difendersi utilizzando le armi della legge e della professionalità senza mai scendere al livello della barbarie avversaria. È la storia di uno Stato che seppur ferito non è arretrato, opponendosi al terrore la pazienza dei riscontri e la solidità delle prove. La web-serie, infatti, mette in luce come la cattura dei grandi latitanti sia stata la prova generale della modernizzazione dell’intero sistema sicurezza in Italia. Quegli appostamenti infiniti, quelle intercettazioni che richiedevano giorni di ascolto per decifrare un singolo “pizzino”, sono stati il laboratorio in cui è nata la polizia moderna. E in un momento storico in cui la lotta alla criminalità organizzata troppo spesso rischia di scivolare nel dibattito burocratico o nella retorica da anniversario, l’operazione del Coisp riporta l’attenzione sull’aspetto umano e professionale, perché il racconto di un’intelligenza collettiva che ha saputo smontare, pezzo dopo pezzo, l’arroganza corleonese. Promemoria necessario: la democrazia non si difende da sola, ma cammina sulle gambe di chi, trent’anni fa, decise che non era affatto il momento di arrendersi.