Questa storia inizia a Roma di notte, il tempo del sonno ristoratore ma, certe volte, anche degli incubi peggiori. E finisce a Roma di giorno. Inizia tragicamente e termina con un lieto fine che non cancella, però, né il tragico principio e né il calvario dell’intervallo. Questa storia riguarda Valentino Zito e suo fratello Francesco, arrestati la notte del 9 gennaio 2018 e assolti entrambi definitivamente, anni dopo, perché il fatto non sussiste. Producono un eccellente Cirò da generazioni. Ha cominciato il nonno. Lo distillano da uve piantate in una terra che fa lo stesso lavoro dai tempi di Pitagora e delle Olimpiadi dell’antica Grecia, quando quel vino si beveva per festeggiare le medaglie d’oro del crotonese Milone. I fratelli Zito sono fra gli eredi di questa tradizione millenaria che, però, a un certo punto, finisce intrappolata in una cella di tre metri per tre e si interrompe a causa di una sfilza di errori giudiziari innescati dalle accuse infondate dell’allora procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri.
Francesco dorme con sua moglie quando si ritrova ai piedi del letto i Carabinieri incappucciati neanche fossero venuti a prendere i rapinatori della Casa di Carta. Nel frattempo, altri militari – circa mille – hanno circondato i paesi della provincia di Crotone presi di mira da questa offensiva bellica mentre alcuni di essi si sono appostati sull’Autostrada del Sole. Aspettano l’autobus sul quale viaggia Valentino Zito di ritorno dal Bambin Gesù di Roma. Ha assistito per giorni, da dietro a un vetro, al lento recupero della figlia di cinque anni che ha subito un trapianto di midollo e lotta contro il rigetto. A Francesco e Valentino vengono messe le manette ai polsi a causa dell’accusa più grave e infamante per un imprenditore: concorso esterno in associazione mafiosa. Avrebbero fatto affari con la cosca per vendere meglio il loro vino e quindi, insieme a decine di altri imprenditori e uomini politici, sono stati inseriti in un elenco di 169 persone da catturare.
Il procedimento si chiama “Stige”, come il mitologico fiume dell’Ade, e in effetti Francesco e Valentino finiscono all’inferno: rinchiusi in due carceri diverse, privati della casa vinicola destinata alla confisca, marchiati pubblicamente dalla nuova etichetta di mafiosi che la procura di Catanzaro ha appiccicato a fianco ai loro nomi. Sulle note della canzone “He’s a Pirate” di Hans Zimmer, colonna sonora del celebre film “Pirati dei Caraibi”, il 15 gennaio, sei giorni dopo gli arresti, Giovanni Minoli nel suo “Faccia a faccia” che va in onda su La7 celebra “un’operazione storica”, “che farà scuola”, “la più grande degli ultimi 23 anni”. Il procuratore Gratteri, raggiante, si dice esplicitamente “felice” mentre il generale dei Carabinieri Tullio Del Sette, presentato come il vero artefice del successo, annuncia minaccioso che non finisce qui. Presagio che si avvererà ma in modo inatteso, all’inverso, qualche tempo dopo quando sarà lui ad essere condannato per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento in uno dei filoni dell’inchiesta Consip salvo venire assolto dalla Corte d’Appello di Roma. La stessa sorte di Valentino Zito, una delle sue “prede” nell’operazione Stige; ed è una coincidenza degna del “Breve trattato” di Domenico Dara.
I fratelli Zito restano in carcere per un mese, fino a quando il Tribunale del Riesame li manda ai domiciliari dopo un’udienza che si svolge a notte fonda perché bisogna affrontare qualcosa come duecentocinquanta ricorsi riguardanti la libertà di 169 persone e decine di aziende. Ora se non altro sono nelle loro case, dove Valentino può ricevere regolarmente le notizie sulla convalescenza della figlia e dove entrambi aspettano una sola cosa: la pronuncia della Cassazione. Che, a giugno e a luglio, li rimette in libertà escludendo, nei loro confronti (ma non solo), i gravi indizi di colpevolezza del concorso esterno in associazione mafiosa. In realtà, dice la Corte, Francesco e Valentino sono vittime della cosca perché alcuni presunti boss hanno comprato il loro vino senza pagarlo e lo hanno rivenduto senza coinvolgerli. In un caso, addirittura si sono fatti consegnare un assegno perché alcune bottiglie non sono piaciute.
Potrebbe finire qui. Basterebbe prendere atto di queste due sentenze della Cassazione e archiviare. Invece no. Il copione prevede l’inseguimento, prima sull’Autostrada del Sole e poi nelle aule. L’inesorabile richiesta di rinvio a giudizio raggiunge dunque entrambi e Francesco, che sceglie l’abbreviato, viene assolto perché il fatto non sussiste mentre Valentino affronta fiducioso il processo dopo aver ottenuto anche la restituzione dell’azienda di famiglia perché del concorso esterno – scrive ora il Tribunale del Riesame – manca anche il fumus. La fiducia di Valentino, però, è mal riposta. Davanti al Tribunale di Crotone, l’assenza dei gravi indizi di colpevolezza e persino del fumus del reato si converte paradossalmente in prova al di là di ogni ragionevole dubbio della sua colpevolezza, presupposto per una condanna a 12 anni di reclusione e per la confisca della casa vinicola. La vittima è tornata carnefice e il vino Zito, anziché i sentori di spezie, cannella, cuoio e cioccolato, ha nuovamente un sapore amaro per Valentino e per gli avidi lettori delle cronache giudiziarie calabresi, prodighe in quegli anni di storie sensazionali. Tocca alla Corte d’Appello di Catanzaro, in una piovigginosa sera di novembre, mettere le cose a posto e assolvere Valentino Zito (e tanti altri innocenti) perché il fatto non sussiste. La motivazione, lucidissima, alcuni mesi dopo illustra le ragioni di un’assoluzione inevitabile. Ma non definitiva. Perché la procura di Catanzaro impugna quella sentenza chiamando in causa, ancora una volta, la Cassazione che mette la parola fine a questa tragica round composition il 26 novembre scorso rigettando il ricorso dell’accusa da cui, a Piazza Cavour, prende le distanze anche il procuratore generale.
Mentre scorrono i titoli di coda di questo film horror, penso a due cose. Alle parole di Valentino che, in carcere, a me e all’avvocato Vincenzo Ioppoli, i suoi difensori, fa giurare che la figlia sta bene per davvero e non gli stiamo nascondendo nulla, disinteressandosi della sua condizione di carcerato. E al concetto espresso dall’allora prefetta di Crotone che, subito dopo gli arresti, senza attendere il processo, dichiara imprudentemente che “il risultato giudiziario conseguito contribuisce a rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni impegnate con incessante impegno a prevenire, contrastare e reprimere le forme di dominio della criminalità organizzata in questa provincia”. In realtà, è vero esattamente il contrario: le donne e gli uomini di questo Paese hanno bisogno di essere tutelati da un giudice terzo che entra da subito nelle vite delle persone con competenza, cautela, serenità e rispetto delle garanzie, senza farsi influenzare da pubblici ministeri più o meno impetuosi e telegenici. Ma per (ri)costruire questa fiducia serve separare le carriere di chi accusa e di chi decide su quelle accuse.
