La vicenda di Angela Tibullo, la criminologa finita in isolamento a Rebibbia ‘grazie’ alla malagiustizia

Una veduta esterna dell'area femminile del carcere di Rebibbia, dove una detenuta ha ucciso i suoi due figli, Roma, 18 settembre 2018. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Era il 2 agosto del 2018 quando i carabinieri bussarono alla porta della criminologa Angela Tibullo per arrestarla. L’accusa? Concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari e intralcio alla giustizia aggravati dall’aver favorito le cosche Grasso e Cacciola di Rosarno. Quella notte, nell’ambito dell’inchiesta “Ares” condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, vennero fermate altre 45 persone.

Gli inquirenti, e il Gip che ne accolse le richieste, non avevano dubbi: la 36enne Tibullo, nota anche per le sue apparizioni televisive a La vita in diretta o Un giorno in pretura, si era messa a disposizione della ’ndrangheta corrompendo i periti che dovevano certificare l’incompatibilità degli affiliati alle cosche col regime carcerario. Corruzione che, stando alle accuse, sarebbe avvenuta offrendo soldi o, in alcuni casi, garantendo prestazioni sessuali con delle escort procurate dalle stesse cosche. Sempre stando alle tesi dell’accusa, la criminologa, nata a Polistena (Rc) e poi trasferitasi a Marino (Roma), dove venne arrestata, aveva messo su un “vero e proprio ‘sistema criminale’ aggregando professionisti, medici o funzionari compiacenti, funzionali ad agevolare il conseguimento degli ingiusti vantaggi per i propri assistiti”.

L’aspirazione di Tibullo era quella di assumere il ruolo di “regina della Penitenziaria”, riferirono allora i carabinieri descrivendola come la “criminologa della ’ndrangheta” in grado di mettere la sua competenza al servizio degli affiliati per far sì che uscissero dal carcere o ottenessero forme di detenzione meno afflittive. Angela Tibullo venne accompagnata nel carcere romano di Rebibbia e poi in quello di Vigevano. In totale, settanta giorni dietro le sbarre, tre anni di domiciliari e due di sorveglianza speciale in quanto ritenuta socialmente pericolosa. In primo grado le accuse ressero alla prova del dibattimento, e la criminologa venne condannata a 12 anni e mezzo. Tibullo, però, difesa dagli avvocati Guido Contestabile e Salvatore Staiano, non si è arresa e ha portato avanti la battaglia sulla sua innocenza.
Qualche settimana fa, la Corte d’Appello di Reggio Calabria l’ha assolta “perché il fatto non sussiste” dall’accusa di concorso esterno, condannandola a un anno e 8 mesi, pena sospesa, per intralcio alla giustizia e falsità ideologica.

Ma per entrambi i reati i giudici hanno escluso l’aggravante mafiosa. “Il 2 agosto del 2018 cominciò il mio incubo, la mia sofferenza e il mio dolore, perché fui costretta a lasciare a casa la mia bambina di 4 anni”, ha dichiarato Tibullo in un’intervista a Lo stato del Diritto su Radio Radicale. “Da criminologa che fino al giorno prima praticava la sua professione all’interno delle carceri, mi sono ritrovata il giorno dopo in isolamento a Rebibbia”, ha poi raccontato descrivendo le pessime condizioni della cella e la perquisizione dopo essere stata fatta denudare. “Ma in quel momento – ha sottolineato – io non capivo nulla, il mio unico pensiero è che avevo lasciato la mia bambina a casa”.

In un post su Facebook Angela Tibullo ricorda, poi, che il giorno dell’arresto, stampa e tv nazionali diedero la notizia con ampio risalto elencando le gravissime accuse, ma “dove sono gli stessi titoli oggi? Dove lo stesso spazio? Dove la stessa evidenza?”, si domanda, apparentemente rassegnata, la criminologa. “Non cerco vendette, non cerco polemiche, chiedo equilibrio, perché ciò che è accaduto a me può accadere a chiunque”, ha concluso.