La vittoria di Mamdani scalda il cuore alla sinistra italiana: la campagna elettorale perfetta con l’elettore che si mobilita

New York City Mayor-elect Zohran Mamdani poses for a selfie during the SOMOS Puerto Rico conference in San Juan, Puerto Rico, Thursday, Nov. 6, 2025. (AP Photo/Alejandro Granadillo)

La Grande Mela è libera e liberal, più marijuana che tabacco, avanguardia del progressismo mondiale. Non è quella tra le due coste dell’Elegia Americana di Vance che ha decretato il successo di Trump. La vittoria del primo sindaco musulmano e socialista della sua storia ha giustamente scaldato il cuore alla sinistra italiana e rinvigorito l’ambizione di battere Giorgia Meloni alle prossime elezioni politiche. È nato un nuovo simbolo. E per non farlo restare tale e metterlo in un Pantheon, è importante concentrarsi sulla sua campagna elettorale e non sulla sua originale e affascinante identità.

Mamdani, la campagna perfetta e l’elettore che si mobilita

Mamdani non ha vinto con un margine così ampio perché è giovane, musulmano e socialista, ma perché ha saputo interpretare i veri bisogni delle persone- il caro-affitti, i prezzi calmierati in una città sempre più cara e meno accessibile-, ascoltandole, parlandoci, facendole diventare esse stesse il suo messaggio. La campagna perfetta, una straordinaria capacità di motivare al voto: l’elettore che si mobilita e diventa promoter del leader. Senza citare Trump, relegato ai margini della sua comunicazione. Ha fatto tesoro della lezione di George Lakoff e ha dimenticato l’elefante. Nella metafora del politologo democrat, infatti, il pachiderma rappresenta il Partito Repubblicano – Trump per Mamdani -, il suo conservatorismo e le sue idee strutturate. Accettare lo scontro su quel terreno è perdente perché il linguaggio crea la realtà politica e chi sceglie il frame vince il dibattito. Mamdani non ha pensato all’elefante e Trump è rimasto sullo sfondo, come una controfigura, proprio lui, l’attore protagonista per eccellenza. Uno spunto di riflessione utile anche in Italia, dove la demonizzazione dell’avversario e la radicalizzazione dei toni non trova eccessivo conforto nei sondaggi.

Una seconda riflessione riguarda il contesto: New York è una città liberal e con molta probabilità un altro candidato democratico avrebbe vinto ugualmente. Cautela, dunque, a vedere nella vittoria del giovane di origine indo-ugandese l’inizio della riscossa progressista e democratica (inteso come partito democratico), negli Usa e, per contagio, in Italia. Attenzione anche al facile sillogismo secondo cui per vincere è necessario un programma radicale: nello stesso giorno hanno vinto le elezioni in Virginia Abigail Spanberger ed in New Jersey Mikie Sherrill, entrambe democratiche, ma soprattutto entrambe moderate. Mamdani, oggi, è il sindaco eletto di New York- entrerà in carica il primo gennaio 2026- e ha davanti a sé molte prove impegnative, dalla lotta alla criminalità alla realizzazione del suo ambizioso programma elettorale. Ci vorranno anni per costruire una vera leadership e vedremo solo alla fine del suo mandato quanto e cosa sarà rimasto del suo programma radicale e che capacità avrà di travalicare idealmente i confini della Grande Mela.