Lagarde a Firenze con l’ombra di Draghi, rischi per la Bce se si accantona il Piano: tassi invariati in attesa degli stimoli delle spese per la difesa

CHRISTINE LAGARDE PRESIDENTE DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA

Sarà una coincidenza, ma a noi piace pensare che la riunione esterna del Governing Council della Bce, che si tiene oggi e domani a Firenze, arriva nel posto giusto, nel momento giusto. L’appuntamento è itinerante. Ogni anno, ogni governatore delle rispettive banche centrali degli Stati membri Ue propone di ospitare il direttivo dell’istituto di Francoforte in una propria città.

In tempi non sospetti, il numero uno della Banca d’Italia, Fabio Panetta, aveva invitato Christine Lagarde e il resto del board sulle rive dell’Arno. La finanza europea torna quindi nella sua terra natia, la Toscana. Lo fa con l’Italia che è un modello di rigore in fatto di conti pubblici e stabilità politica. Che il nostro Paese sia trend setter è cosa rara. In passato sono state più le volte che siamo finiti sotto osservazione, che quelle in cui abbiamo ricevuto i complimenti dai nostri partner europei. Oggi siamo prossimi a uscire dalla procedura d’infrazione. La congiuntura è favorevole per riunire la Bce a Firenze.

A far da padrone di casa sarà il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in prima persona. Ma il convitato di pietra resta Mario Draghi. Le sue bacchettate sono ancora fresche. E dovrebbero far riflettere le istituzioni europee, la cui apatia pesa sempre di più sulla credibilità di tutta l’Unione. Finora, a farne le spese, è stata la politica. Bruxelles fuori dai giochi è esposta alle critiche dei suoi concorrenti esterni e ai sarcasmi dei sabotatori interni. Il rischio è che sotto attacco finiscano anche finanza ed economia reale. Se oggi l’euro è una moneta in salute lo si deve alla cura spesa da tutti i governatori della Bce. Non da ultimo Draghi. Così come la tenuta della struttura produttiva europea – per quanto sia ogni giorno un terno al lotto – è data dall’ostinazione e dal coraggio delle sue imprese.

Questo è un punto che la Bce deve aver presente. Ed è proprio il nostro ecosistema che può permetterle di essere consapevole dei rischi che si corrono nel lasciare che il Piano Draghi si copra sempre più di polvere. L’Italia sta abbandonando lentamente la cultura del “piccolo è bello”, per trasformarsi in un laboratorio d’imprese che non mollano il mercato globale. Nonostante la sua conflittualità, fatta di dazi, materie prime difficili da recuperare e abuso di regolamentazioni. Madame Lagarde è arrivata con un giorno d’anticipo nel capoluogo toscano. Ieri, si è concessa una passeggiata tra le bancarelle del mercato di Sant’Ambrogio. Una photo opportunity suggestiva, che le ha permesso di commentare il caro-vita su cui la Bce deve intervenire. «In Consiglio affronteremo tematiche serie, ma Firenze ti dà positività», ha detto.

Tassi d’interesse ed euro digitale sono all’ordine del giorno. Sui primi non sono previsti ritocchi. La riduzione c’è già stata a giugno, al 2%. L’inflazione è rimasta sostanzialmente stabile, 2,2% a settembre. Nel terzo trimestre dell’anno, la crescita economica è rimasta piatta. In rallentamento rispetto a inizio anno. Tuttavia, dice il Financial Times, gli attesi risultati degli stimoli fiscali del governo tedesco e, più in generale, l’aumento delle spese per la difesa dovrebbero fare da tonico a tutta l’Europa. Da qui l’invito degli analisti rivolto alla Bce: “Non toccate nulla”.

Tema più complesso è quello dell’euro digitale. Oltreoceano a trattarlo sono più i mercati che la Fed. Vuoi per l’interesse di Trump a spingere sull’acceleratore, oppure per la maggiore sensibilità della società Usa ai processi innovativi, fatto è che la transizione digitale del dollaro è già avviata. C’è da aggiungere che, negli Stati Uniti, la mente è una. Qui in Europa, sì, le politiche monetarie sono decise da un unico organo, ma con la collegialità delle rispettive banche centrali nazionali. Vista la delicatezza del tema, forse, è meglio la nostra via.