L’ambigua comunità internazionale difende Hezbollah dallo Stato ebraico

Il Libano occupato dalle milizie filo-iraniane di Hezbollah ha ripreso in modo consistente la propria guerra contro lo Stato ebraico. Lo ha fatto come sempre, e cioè lanciando missili e razzi sui civili israeliani: dunque non in un confronto con le forze di difesa di Israele, ma con uno stillicidio di bombardamenti indiscriminati. E, come sempre, lo ha fatto nell’inerzia della comunità internazionale che, anziché difendere l’autorità legittima libanese da Hezbollah, in buona sostanza difende Hezbollah da Israele.

Si discute di questo se, dai vertici delle Nazioni Unite, ci si esercita a deplorare in direzione puntualmente unilaterale “l’escalation” nelle crisi dei quadranti mediorientali: non è mai escalation la pioggia di missili da Nord a Sud, dal Libano verso Israele; è sempre escalation se Israele si determina a contrastare quegli attacchi. Ora tuttavia la situazione sul campo non tollera ulteriormente quei posizionamenti sbilenchi del consorzio internazionale. Perché è ormai chiaro a tutti che l’ombrello protettivo irresponsabilmente assicurato a Hezbollah da parte delle “interposizioni” internazionali e umanitarie non rappresenta un problema soltanto per lo Stato ebraico, ma per tutti. E, innanzitutto, per il Libano stesso. Il ministro libanese che, l’altro giorno, condannava Hezbollah per le ostilità contro lo Stato ebraico, sentiva l’esigenza protocollare di aggiungere che in quel modo il gruppo terroristico dava alle forze di difesa israeliane il pretesto per condurre i propri attacchi oltre il confine. Ma erano slogan di circostanza, dietro ai quali si agitava la denuncia dello stato di impunità di cui ha goduto e continua a godere l’esercito fondamentalista impiantato in Libano dal regime iraniano.

La strategia rivolta a contenere, anziché a neutralizzare, le ambizioni aggressive ed espansive delle fungaie terroristiche coltivate in Medio Oriente dagli Stati-canaglia si è rivelata peggio che fallimentare: dopo un paio di decenni ha semmai rinvigorito quelle realtà di destabilizzazione e, ciò che è peggio, lo ha fatto in pregiudizio degli interessi vitali e concreti dei Paesi abbandonati a quell’infestazione.
L’idea che l’abnorme e ignominiosa eccezione israeliana fosse l’elemento di indesiderabile stortura sopraffattoria, insomma l’escrescenza malata e nociva in una regione altrimenti prospera e pacifica, ha governato il racconto internazionale del secolo scorso e fin dentro a quello presente. È un racconto che non ha giovato ai Paesi arabi divenuti latifondi dei partiti di Dio.