L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (Comitato militare Nato) in Senato: una strategia europea comune sul riarmo

Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente Comitato militare NATO, in occasione degli Stati Generali, difesa spazio, cybersicurezza. Le prossime sfide per l’industria europea. Frascati RM, Venerdì 12 Settembre 2025. (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Admiral Giuseppe Cavo Dragone, President NATO military commitee, on the occasion of the States General, defense, space, and cybersecurity. The upcoming challenges for European industry. Frascati RM, Friday September 12 2025. (Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Clima caldo per l’audizione oggi, in Commissione Esteri e Difesa del Senato, dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente Comitato militare Nato, in merito alla strategia industriale europea. In parlamento, il dibattito è aperto sulla manovra e la voce “Difesa” suscita non poche polemiche. D’altra parte, sebbene italiano, il comandante Nato non viene a parlare di questo. Bensì di quella “corsa agli armamenti” – per essere sensazionalistici – che tiene banco da inizio anno. Vuoi per Trump, le minacce di prossimità, o perché è passato più di un quarto di secolo dalla fine della guerra fredda, fatto è che l’Europa deve fare i conti con i suoi apparati di sicurezza.

«Dobbiamo passare da un modello in cui il driver era il profitto, a uno in cui a dettare la linea è la capacità di fare strategia», dice Pietro Batacchi, direttore di Rid (Rivista italiana difesa). I vertici in uniforme dell’Alleanza hanno fatto presente alle controparti politiche della necessità di un cambio di paradigma. Bisogna parlare di nuova economia della difesa. Serve indirizzare gli investimenti, anticipare la domanda e fare scorte. Non siamo in guerra con nessuno, d’accordo. Ma non è nemmeno un momento di pace. «Occorre potenziare alcune capacità produttive e riprendere quelle andate perdute», aggiunge Batacchi, che ci tiene a spezzare una lancia per il nostro Paese. «Quello di accorciare le catene di fornitura, da noi, è un lavoro già in corso. D’altra parte non pretendiamo risultati nel breve periodo».

Ecco, fatta chiarezza sul cambio di passo, è necessario il realismo sugli ostacoli. Tempo, pregiudizi e concorrenza interna all’Ue sono fattori che Cavo Dragone potrebbe porre all’osservazione del decisore politico. Il 2025 sarà ricordato come l’anno delle buone intenzioni. Molti dei governi europei hanno dato l’ok all’aumento al 5% di spese per la sicurezza entro il 2035. Messe a terra le risorse – salvo imprevisti – gli analisti calcolano almeno cinque anni per avere dei primi risultati concreti. D’altra parte, senza materie prime l’industria di trasformazione europea può fare ben poco. «Dalla Cina dipendiamo per le critical commodities, dagli Usa per i chip di tutto quello che è digitale. L’Ue non sarà mai davvero autonoma». Batacchi a questo proposito ricorda come siano in corso dei confronti interlocutori con Australia, Brasile e alcuni Paesi africani. C’è poi il discorso dell’opinione pubblica. “Più cannoni” non vuol dire “meno asili”. Anzi. «Le nostre Forze armate e i campioni nazionali devono agire in profondità e colmare un ritardo storico. In certi Paesi occidentali, il comparto militare è valorizzato. Partendo dalle scuole, bisogna far capire che oggi liberà e benessere non stanno in piedi senza la stampella della sicurezza».

Infine, lo scoglio della concorrenza interna. L’Europa è un aggregato di mercati. Ogni Paese ha le proprie filiere. Automotive, agrifood, chimica. È vero che, grazie all’antitrust, i grandi soggetti produttivi non si fanno concorrenza. Ma è altrettanto evidente che questo modello non ha permesso l’emergere di una major abbastanza forte da competere con colossi Usa o cinesi. Al contrario, la nuova economia della difesa dovrebbe andare in questa direzione. È necessario che i carri armati tedeschi o le navi italiane siano competitive non in Europa ma per l’Europa. «Le joint venture sono una soluzione», spiega Andrea Locatelli, ordinario di Elementi di scienza politica e studi strategici all’Università cattolica.

Tra le cordate già in essere, che producono singoli componenti poi assemblati in un unico asset, vale la pena ricordare il Gcap (Global combat air programme), un programma di collaborazione tra Italia, Regno Unito e Giappone per sviluppare un aereo da combattimento di sesta generazione entro il 2035. «Tuttavia, è spesso difficile trovare l’accordo su chi fa cosa. Le vie percorribili sono due. La divisione in parti uguali, o l’ipotesi del ‘migliore atleta’, per cui chi è più specializzato in un segmento della produzione fa da capo cordata. Entrambe però possono avere dei costi produttivi tali da vanificare la cooperazione». Il comando Nato lo sa. È bene che la politica se ne occupi.