C’è qualcosa di stonato nella presentazione pubblica di ieri – l’ennesima – del libro di Maurizio Landini, Un’altra storia. Un’autobiografia, una narrazione «a cuore aperto», tra memoria personale e grandi ferite sociali del Paese. Tutto legittimo. Ma la domanda resta: è davvero questo il mestiere di chi guida la Cgil?
Mentre fabbriche chiudono, contratti si assottigliano e il lavoro povero diventa la normalità, il segretario del più grande sindacato italiano sembra sempre più impegnato a costruire il proprio racconto pubblico. Interviste, dialoghi con volti televisivi come Serena Bortone, presentazioni, tour culturali. Più che un leader sindacale, una figura da circuito editoriale, più a suo agio tra platee e microfoni che ai tavoli di trattativa. Il problema non è scrivere un libro. Il problema è la priorità. Perché mentre Landini parla di memoria, dignità e democrazia, fuori dalle librerie la realtà è fatta di precariato, stipendi erosi dall’inflazione, aziende che delocalizzano dall’oggi al domani. Questioni che chiederebbero presenza costante nei luoghi di lavoro. Non storytelling, non autobiografie, non tour promozionali.
Da tempo, il segretario oscilla tra il sindacato e la politica, tra la piazza e il palcoscenico. Le sue battaglie vengono presentate come «azioni politiche», le campagne assumono toni da movimento elettorale, i referendum diventano strumenti identitari. Ma più cresce il profilo mediatico, più si indebolisce la percezione di concretezza. E quando il linguaggio si fa apertamente da comizio, il dubbio diventa certezza. Emblematico, in questo senso, l’episodio in cui arrivò a definire «cortigiana» la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Non una critica politica nel merito, non un attacco a una riforma o a una scelta economica, ma un insulto personale. Parole che appartengono alla polemica da talk show, non alla tradizione sindacale. Un segretario generale dovrebbe misurare le frasi perché rappresenta milioni di lavoratori, non una tifoseria. Scivolare nell’invettiva significa spostarsi dal terreno della contrattazione a quello della militanza partitica.
C’è una distanza che pesa: quella tra la retorica del «dalla parte dei lavoratori» e l’immagine di un leader che parla sempre più al pubblico dei convegni e sempre meno agli operai dei turni di notte. L’autobiografia suona così come un’operazione di posizionamento, non di testimonianza. Un modo per costruire un personaggio, magari in vista delle elezioni politiche del 2027.
Landini continua a invocare dignità e diritti, ma intanto sembra coltivare soprattutto un ruolo politico, quasi da federatore di un’area progressista in cerca di guida. Legittimo. Ma allora lo si dica chiaramente. Perché fare politica non è un peccato; farla mentre si indossa ancora la giacca del sindacalista può diventare un’ambiguità. E quell’ambiguità, alla lunga, assomiglia all’ipocrisia: parlare di lavoratori mentre si cura soprattutto la propria narrazione. Raccontare «un’altra storia» mentre quella vera, nei luoghi di lavoro, aspetta ancora qualcuno che la difenda davvero.
