C’è qualcosa di meravigliosamente istruttivo nella vicenda del comitato “Giusto dire No” promosso dall’Associazione nazionale magistrati, perché dimostra che lo Statuto, per certe associazioni, non è un insieme di regole: è più che altro un genere letterario. Si tratta di narrativa fantastica. Nello Statuto del sindacato delle toghe, con sobria prosa notarile, è stabilito dall’ultimo comma dell’art. 6: “Costituisce causa di incompatibilità con l’iscrizione all’Anm l’appartenenza ad associazioni riservate o che comportino la sottoposizione degli iscritti a vincoli incompatibili con l’ordinamento democratico. È considerata riservata ogni associazione che non consenta la conoscibilità dell’elenco dei soci o che non abbia una sede pubblica o che non consenta la conoscibilità dello Statuto e delle relative fonti di finanziamento”. La pena è la perdita della qualità di socio e, dunque, l’espulsione. È una norma severa, giustamente inflessibile. Una di quelle che trasmettono al cittadino un senso di rassicurante rigore: i magistrati, almeno loro, non possono permettersi opacità, soprattutto in relazione ai finanziamenti. Devono essere al di sopra di ogni sospetto, immuni da ogni possibile influenza.
Come si dice: questa è la regola, poi c’è l’eccezione. Nel caso di specie, l’eccezione è il Comitato dell’Anm per il No al referendum. Raccoglie fondi per sovvenzionare la sua campagna. Legittimo? Certamente sì. Opportuno? Qui le certezze vengono meno, ma non è ancora questo il punto. Il problema si pone quando, a seguito di un’interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Enrico Costa, parte dal Ministero della Giustizia all’indirizzo del Presidente dell’Anm una garbata richiesta di conoscere chi siano i finanziatori. Una richiesta di trasparenza, insomma, proprio quella giustamente predicata dallo Statuto dell’Anm, in ragione della delicatissima funzione che i magistrati svolgono. La risposta che arriva è degna del miglior teatro dell’assurdo. Il Presidente dell’Anm, in sostanza, dice: non chiedete a me. Il Comitato è autonomo, non ne so nulla e comunque credo che ci siano ragioni di privacy. È un po’ come se il proprietario di casa, interrogato su cosa succede in salotto, rispondesse che si deve chiedere al divano. Gli fa prontamente eco il Presidente onorario del Comitato, Prof. Grosso, che evoca con piglio deciso la “malafede perché il Comitato è un soggetto giuridico del tutto separato e autonomo dall’Anm”.
La campagna referendaria ci dice già da tempo che da quelle parti si tende, in effetti, a fare un po’ di confusione su quale sia il significato dei sostantivi “separazione” e “autonomia”: la prima è una tragedia nazionale; la seconda un ottimo viatico per privilegi di casta e un efficace spauracchio per ogni riforma democratica. In ogni caso, si tratta di due espressioni che si possono utilizzare a seconda delle necessità. Però anche alla confusione e agli usi secondo convenienza dovrebbe esserci un limite. E qui, sia consentito un accenno critico, lo si è sorpassato con una nonchalance un tantino eccessiva.
L’“autonomo e separato” Comitato presenta, infatti, alcuni curiosi punti di sovrapposizione con l’Anm che si evincono dalla lettura dello Statuto e dalla pagina Internet: “Darà attuazione alle direttive generali fissate dal comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati”. Dunque è un organo esecutivo di decisioni prese altrove, i fondatori sono il Presidente di Anm e alcuni membri del Comitato direttivo centrale della stessa; il Presidente esecutivo, che ha il potere di firma, è Antonio Diella, componente anche lui del CDC dell’Anm, così come lo sono i due vicepresidenti vicari e il tesoriere. E si potrebbe andare avanti ancora. Il Prof. Grosso, nominato dopo, è il Presidente onorario, e “ha funzioni rappresentative dei principi ispiratori del Comitato”. In pratica, beato lui, è sublimato in una dimensione felicemente immune da qualsiasi incombenza terrena. La sede è la stessa dell’Anm, in Cassazione. Probabilmente anche la macchinetta del caffè è la stessa. Il Comitato è “autonomo” come un telecomando senza batterie, e “separato” come l’ombra dal corpo.
Versare fondi al Comitato non è diverso, nella sostanza, da versarli direttamente all’Anm. E dunque la trasparenza dovrebbe essere ovvia e assoluta. Ma facendo finta che questo non sia un fatto autoevidente e seguendo per un momento la tortuosa via del Presidente Parodi, che dice di non aver nulla a che fare con quello che succede nel suo salotto, si incontrano comunque conseguenze obbligate. Se il Comitato non indica la provenienza dei fondi, lo Statuto dell’Anm impone l’espulsione dei suoi iscritti che ne fanno parte. Questo sembrerebbe essere un problema proprio del Presidente dell’Anm, salvo che non si dissoci anche dal suo ruolo e magari da sé stesso (non si sa mai).
Scopriremo, quindi, come verranno declinate le geometrie variabili degli Statuti di Anm e del Comitato e se il Presidente di Anm, che ne è socio costituente, insieme ai componenti del suo consiglio di direttivo, che sono anche gli organi decisionali del Comitato, decideranno di rendere nota la provenienza dei fondi oppure di autoespellersi dall’Anm perché fanno parte di un’associazione “opaca”. Una sorta di suicidio di massa per la causa. Qualunque sia la conclusione, tutto questo sarà meravigliosamente istruttivo.
