L’Anm non sarà più la stessa, dopo il voto, una nuova sigla? Frattura tra magistrati difficile da sanare, toghe verso un’altra associazione

La vita associativa dei magistrati non sarà più la stessa, dopo il 23 marzo. Mai più la stessa. Perché l’ANM, che oggi riassume in sé circa l’85% dei magistrati, è diventata un’altra cosa. Fratelli d’Italia lo ha detto chiaramente: «L’ANM, sulla base di sole 1.200 deleghe (su 9.500 iscritti), ha preso posizione contraria rispetto alla riforma e ha costituito un Comitato per il No, che viene finanziato con le quote di tutti gli associati. Un Comitato che inonda i social e i luoghi pubblici di slogan propagandistici, come un qualsiasi soggetto politico». Si pone un tema serio di governance interna e di gestione dei fondi. La sigla che rappresenta i magistrati si è sovraesposta durante questa scivolosissima campagna elettorale, pardon: referendaria. Ha cambiato pelle. E cumulato un tale novero di istanze e accessi agli atti che vedrà impegnato il suo vertice, per i prossimi mesi, nel rispondere delle sue azioni. Conti correnti, donazioni, erogazioni liberali, locali pubblici occupati con dubbia liceità non si contano più.

L’Anm, il sesto piano della Cassazione

Il Comitato nazionale “Professionisti per il Sì” ha formalizzato lunedì 2 marzo un accesso agli atti per verificare se l’Anm sia legittimata a usare il sesto piano della Cassazione e chi paghi le utenze. Il Comitato ha comunicato di aver incaricato il vicepresidente, l’avvocato Romolo Reboa,di esercitare il diritto di accesso ai documenti amministrativi (previsto dal decreto legislativo 33/2013)” al fine di verificare l’esistenza di eventuali contratti o atti amministrativi che “legittimino l’utilizzo da parte dell’Anm del sesto piano del Palazzaccio, sottraendolo all’attività giurisdizionale o comunque al servizio pubblico”. L’iniziativa mira anche ad accertare le modalità di copertura delle spese relative alle utenze degli spazi in questione. Secondo quanto riferito, l’obiettivo è ottenere risposte documentate. Al momento, però, nulla cambia: il “Comitato Giusto dire NO” continua ad occupare spazi in uffici giudiziari da Sud a Nord – ha fatto parlare l’aula d’assise di Treviso – per eventi di propaganda contraria alla riforma. Il Ministero della Giustizia ha richiesto all’ANM i nomi dei donatori del comitato per il “No”, innescando la polemica risposta da parte dell’associazione che tira in ballo addirittura «liste di proscrizione».

Il futuro dell’ANM

Quando il boccino, post referendum, si sarà fermato, cosa succederà all’ANM, o meglio: nell’ANM? Nessuna sigla associativa potrebbe passare indenne la bufera nella quale la magistratura associata si è cacciata da sola. Annalisa Imparato, Sostituto procuratore della Repubblica a Santa Maria Capua Vetere, è possibilista: «Conoscendo i meccanismi non credo che i magistrati che si sono espressi per il Sì in futuro saranno ripresi nelle correnti e “reintegrati” nella vita associativa». Dei 50 magistrati che hanno manifestato in favore del “Sì” con un evento pubblico a Roma, a fine febbraio, più di qualcuno che è transitato per l’Anm. Anche in ruoli apicali. Tra loro Antonio Saraco, dal 2018 Consigliere in Cassazione, ex componente del comitato direttivo ANM. E Giuseppe Visone, Pm presso la Dda di Napoli, già presidente della sezione di Nola dell’ANM. Per non dire di Natalia Ceccarelli, Consigliera della Corte d’Appello di Napoli e membro del comitato direttivo centrale dell’ANM.

L’esito del quesito

Molto dipenderà, ça va sans dire, dall’esito del quesito. In particolare cambierà tutto a seconda di quanto rimarranno forti le correnti.
Giuseppe Cioffi, giudice del tribunale di Napoli Nord, vede soprattutto all’orizzonte la fuoriuscita di Magistratura Indipendente. «I magistrati autenticamente indipendenti però sono davvero pochi e rimarranno indipendenti a prescindere da tutto». La linea di frattura è netta, visibile. Non facile da ricucire nel corso di pochi anni. Ricorda quella avvenuta – contrariamente alle previsioni – nel sindacato dei giornalisti Rai, Usigrai, ritenuto a torto o a ragione l’unica sigla associativa dei giornalisti dell’azienda pubblica. Rimasto forte finché, tre anni fa, non è nato Unirai, il nuovo sindacato dei giornalisti con una linea politica più laica, dialogica e meno pregiudizialmente ostile a quella della maggioranza. Da allora Unirai ha iniziato a crescere, nelle adesioni e nelle attività, a spese dell’ex sigla di rappresentanza unitaria. La stessa dinamica sembra prossima a proporsi nella magistratura associata. Quando si creano delle crepe, è da lì che poi entra la luce.