Sono arrivato a Tel Aviv mercoledì sera per trascorrere quattro giorni con le mie figlie che vivono qui.
Giovedì, la città era immersa nel clima festoso dei preparativi per il Purim, la festività che ricorda la regina Ester e il piccolo gruppo di ebrei persiani che sconfissero il perfido ministro Aman. Ovunque maschere, costumi, colori. I negozi esponevano travestimenti con leggerezza apparente, quasi incuranti di una situazione che, sotto traccia, stava precipitando.
Venerdì mattina decido di anticipare il rientro in Italia: da lunedì a sabato. Acquisto nuovi biglietti con partenza prevista alle 14.50.
Sabato mi sveglio alle 6. Penso, ingenuamente, che gli attacchi inizino sempre di notte e che forse l’ho scampata. Che riuscirò a rientrare.
Mera illusione.
Pochi minuti dopo scatta la sirena. I telefoni iniziano a suonare contemporaneamente. Ci rifugiamo nel mamad, il bunker del nostro appartamento. Sarà solo la prima di almeno venti volte durante la giornata.
Allarmi. Sirene. Qualche boato in lontananza. Un po’ di paura. E noi incollati al canale i24 che trasmette notizie in tempo reale.
Incredibilmente, tra le 20.30 e le 21.30 non ci sono allarmi. Riusciamo perfino a cenare in pace. Poi arriva la notizia: Khamenei è morto. A Teheran si registrano manifestazioni di gioia da parte della popolazione. Altrove, parole di lutto da parte di certi esponenti “pacifisti” che riescono, incredibilmente, a schierarsi sempre dalla parte dei tiranni.
Non facciamo in tempo a sparecchiare che la sirena torna a suonare. Questa volta le esplosioni sono più vicine. Un missile cade a ridosso di un palazzo, ferendo molte persone, alcune in modo grave.
Non abbiamo idea di quanto durerà questa guerra. Ci auguriamo soltanto che sia più breve di quella dei dodici giorni dello scorso giugno.
