Lavoro, entro il 2030 potrebbero scomparire 92 milioni di posti

Uno “tsunami” pronto a colpire il mondo del lavoro. Così, intervenendo a Davos qualche settimana fa, Kristalina Georgieva, la direttrice generale del Fondo monetario internazionale, aveva definito l’impatto dell’Intelligenza Artificiale su scala mondiale, con un’onda d’urto che influenzerà il 60% delle professioni nelle economie avanzate. Mentre l’attenzione mediatica al World Economic Forum era focalizzata sul presidente americano, Donald Trump, e sulle mire espansionistiche verso la Groenlandia, nei panel e negli incontri riservati tra CEO e investitori, l’IA è stata il tema dominante. Il vero asset attorno a cui ruoterà una nuova fase economica.

Lavoro, entro il 2030 potrebbero scomparire 92 milioni di posti

Entro il 2030 potrebbero scomparire 92 milioni di posti di lavoro. È in questo contesto che il WEF ha lanciato la “Reskilling Revolution”, un’iniziativa internazionale per formare milioni di persone nelle competenze digitali e nell’intelligenza artificiale, con il supporto di grandi aziende tecnologiche. Come ha ricordato Saadia Zahidi, managing director del Forum, stiamo vivendo “la trasformazione più significativa che si sia vista in decenni. Il futuro del lavoro non è pre-determinato, dipenderà dalle opportunità di formazione, dal sostegno che verrà offerto alla transizione”. Da Jensen Huang, CEO di Nvidia, arriva una visione più ottimistica secondo cui l’IA creerà nuova occupazione soprattutto nei settori dell’energia, dei chip e delle infrastrutture digitali. Una transizione, più che una semplice perdita netta di occupazione, vincolata però alla crescita e al potenziamento tecnologico. Da questa necessità emerge anche un’altra dimensione, sempre più centrale.

L’intelligenza artificiale non è più solo uno strumento informatico, ma diventa un’infrastruttura industriale che va alimentata non più solo con big data e Large Language Model, ma che richiede energia, data center e materie prime. Da qui l’interesse crescente, più o meno celato, delle big tech per la Groenlandia, territorio strategico per le terre rare, la geotermia e il raffreddamento naturale dei server. Si intensificano così gli investimenti dei potenti della Silicon Valley, che guardano a questi territori come a una nuova terra promessa in cui dar vita a “freedom city”, centri urbani ipertecnologici, dotati di regimi fiscali e normativi speciali pensati per attrarre capitali e imprese innovative. A sostenere questi progetti di nuova urbanistica tecnologica ci sono iniziative come Praxis, start up finanziata tra gli altri da Peter Thiel, cofondatore di PayPal, e Sam Altman, fondatore di OpenAI e padre di ChatGPT.

Lo stesso Altman si è unito alla squadra di miliardari, composta anche da Bill Gates, Jeff Bezos e Michael Bloomberg, che investe in Kobold, azienda californiana in grado di ottimizzare l’estrazione dei minerali grazie all’AI. Analizzando oltre cento anni di dati geologici pubblici vengono create delle mappe statistiche per individuare aree con alta probabilità di ospitare giacimenti ancora sconosciuti, riducendo costi, tempi e trivellazioni a vuoto. Dalle Alpi svizzere ai ghiacci della Groenlandia, l’intelligenza artificiale si evolve da “semplice” progresso tecnologico a bussola che orienta sempre di più il potere globale. Le nuove mappe del tesoro sono fatte di dati, competenze, energia, terre rare e spazi dove sperimentare senza vincoli. Chi riuscirà a impugnare il timone per primo guiderà la prossima fase di crescita ridefinendo i confini geografici e gli equilibri economici e politici del futuro.