L’avvento è il tempo che serve, perché abbiamo bisogno tutti di pazienza e ascolto

Siamo entrati in un periodo dell’anno che, nel flusso dell’anno liturgico cristiano, viene chiamato Avvento: un termine che nella radice latina (ad-ventus, “in direzione di ciò che viene”) non rimanda soltanto a un arrivo ma a un evento che si avvicina e invita a preparare uno spazio perché ciò che arriva possa davvero accadere.  È un tempo diverso dagli altri perché richiede una disponibilità attiva e un gesto interiore tutt’altro che passivo.  La meravigliosa lingua latina conserva questa sapienza della gradualità: Seneca ricordava che «nihil magnum subito fit» (nulla di grande nasce all’improvviso), quasi a suggerire che la maturazione — e non la fretta — è l’unica condizione nella quale il senso può germogliare. Agostino, dal canto suo, avrebbe poi parlato della pazienza del cuore (patientia cordis) che non anticipa ma accompagna la venuta delle cose lasciando che il tempo stesso faccia il proprio lavoro. In questa grammatica antica, l’avvento si trasforma in una vera e propria attitudine antropologica che però tende ad incrinarsi nel punto più delicato del ciclo della vita: l’adolescenza. I giovani infatti attraversano un paesaggio temporale che confonde rapidità e significato, immediatezza e verità, riducendo l’attesa spesso a un ingombro. E tuttavia è proprio nell’attesa che l’esperienza si fa consistenza, e il desiderio di pazientare abbandona la forma dell’impulso e assume la forma di una direzione.

Eugenio Borgna, grande psichiatra e scrittore,  scrive con limpida sobrietà che «le emozioni non sono cose, ma possibilità che chiedono tempo per maturare». Le possibilità maturano mentre gli impulsi passano. Ma il tempo necessario alla trasformazione delle possibilità in pensiero, e del pensiero in orientamento, viene spesso eroso dalla densità di sollecitazioni che non lasciano sedimentare nulla. Oggi però, più che in altre epoche storiche,  molti adolescenti sperimentano una crescente forma di spaesamento vivendo immersi in una prossimità digitale esasperata che offre tutto, tranne l’incontro. 

I dati diffusi da Save the Children dovrebbero farci riflettere più a fondo che in passato: il 92,5% degli adolescenti italiani ha utilizzato almeno una volta strumenti di IA generativa e fin qui nulla di nuovo. Colpisce però un ulteriore dato: quasi un terzo li utilizza quotidianamente e, soprattutto, il 41,8% dichiara di essersi rivolto a un chatbot (sì avete letto bene) nei momenti di tristezza, solitudine o ansia, mentre una percentuale analoga afferma di aver chiesto consigli su scelte importanti riguardanti relazioni, studio, lavoro. E’ evidente che qui non  siamo più nel territorio della curiosità o del gioco: qui l’IA viene investita di una funzione quasi confidenziale, talvolta sostitutiva delle relazioni umane. Questi numeri raccontano quindi una solitudine nuova, paradossale perché fa emergere una solitudine connessa, esposta, assistita, che però non trova un interlocutore reale e che quindi finisce per rivolgersi al dispositivo che non giudica, non interrompe, non chiede nulla in cambio. Una metamorfosi dell’idea stessa di relazione? Un cambio di paradigma dell’alterità? Sono domande aperte soprattutto nel campo educativo.

Massimo Recalcati offre una bussola preziosa: «l’insegnamento è l’arte di far nascere il desiderio» pertanto il legame educativo quindi deve sforzarsi di non rincorrere stimoli, né produrre velocità ma creare condizioni perché il giovane possa finalmente vedere dove sta andando come a offrire il terreno per un nuovo avvento giovanile, mi si passi il termine.

La relazione educativa si fonda su un tempo non lineare né immediato: è il tempo della sospensione, della transizione e della maturazione. Il ruolo dell’adulto non è colmare ogni mancanza semmai custodire gli spazi di incertezza; non è assecondare l’urgenza, ma opporre resistenza all’immediatezza; non è offrire soluzioni rapide, ma sostenere quello stato di “non ancora” in cui il giovane comincia a definire sé stesso. È proprio questa dimensione temporale intermedia — intrinsecamente fragile, esposta e delicatissima — che viene sistematicamente compromessa nella realtà contemporanea. Attribuire ai giovani la responsabilità di questa erosione sarebbe ingiusto. L’immediatezza non è nata in loro: è nata attorno a loro. È il clima culturale dell’età adulta a essersi trasformato in un dispositivo reattivo. La politica ha ritmato il proprio tempo su scosse continue; i media hanno sposato la rapidità emotiva; i modelli lavorativi premiano la risposta immediata; perfino le relazioni affettive sembrano talvolta piegate alla logica della prestazione. In un simile ecosistema, l’attesa non è contemplata, piuttosto è percepita come inefficienza. 

La questione non è psicologica né moralistica ma strutturale: occorre ridare forma a luoghi e istituzioni che sappiano custodire ritmi non ossessivi, tempi lunghi, spazi di decantazione; occorre adulti che incarnino una temporalità che non si riduce alla reazione; occorre una cultura che non riduca la libertà alla velocità. Ed è qui che l’Avvento  ci ricorda che ciò che conta non sopporta la fretta, non risponde ai nostri cronometri, non accade dentro l’orizzonte angusto dell’immediato, ma si avvicina con una lentezza che è, insieme, rivelazione e verifica. È un tempo che domanda più disponibilità che efficienza, più ascolto che risposte, più profondità che sistemi.

Perché ciò che arriva — che si tratti di un’idea o di una scelta — arriva sempre in ritardo rispetto alle nostre impazienze, e proprio per questo ci trasforma.

Vale la pena aspettare con pazienza soprattutto quando chi viene a noi dà senso a noi stessi.