Lega timida sul referendum, il silenzio irrita Forza Italia: le tre ragioni di Salvini stonano con il resto della maggioranza

Il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini nell’aula della Camera dei deputati durante il Question time, Roma, Mercoledì 25 Febbraio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Infrastructure minister Matteo Salvini in the Chamber of deputies during Question time, Rome, Wednesday, February 25, 2026 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

C’è un convitato di pietra nella campagna referendaria sulla giustizia. A meno di un mese dal voto del 22 e 23 marzo, mentre Fratelli d’Italia investe risorse imponenti – oltre un milione di euro in card social, eventi sul territorio, un dossier con quattrocento casi di malagiustizia preparato dallo staff di Palazzo Chigi – e Forza Italia rilancia la narrazione della “rivoluzione liberale” berlusconiana con Tajani in prima linea, la Lega di Matteo Salvini mantiene un profilo che rasenta l’invisibilità. Nessuna mobilitazione strutturata, nessun manifesto che buchi il muro della percezione, nessuna presenza organizzata sui social paragonabile a quella degli alleati. Un silenzio che non è passato inosservato.

Il tema è deflagrato nella segreteria nazionale di Forza Italia a Montecitorio. Nel giro di tavolo tra i vertici del partito, alla presenza di Tajani, più di un dito è stato puntato contro il Carroccio, accusato di non fare abbastanza per la causa del Sì. La Lega appare “defilata”, Salvini distante. Il paradosso è lampante: stiamo parlando del partito che più di ogni altro, nella storia recente della destra italiana, ha costruito il proprio racconto identitario sulla guerra alla magistratura politicizzata. Quella delle “toghe rosse” era anzitutto una bandiera leghista, prima che di coalizione. Salvini ne ha fatto un vessillo personale per anni, dai gazebo del 2021 per la raccolta firme con il Partito Radicale fino alla retorica incendiaria contro i giudici che non convalidavano i trattenimenti in Albania.

E tuttavia la storia si ripete con una simmetria quasi inquietante. Già nel 2022, quando si votò per i cinque referendum abrogativi sulla giustizia – promossi proprio dalla Lega insieme ai Radicali – Salvini lasciò cadere la campagna nel vuoto. “I primi cinque titoli dei tg sono sulla guerra, il sesto sul Covid, il settimo sulle bollette”, si giustificò allora in un’intervista al Corriere della Sera. Il risultato fu un’affluenza del 20,9%. Un fallimento. Oggi il contesto è diverso – un referendum confermativo senza quorum – ma lo schema appare identico: il Carroccio lancia la sfida e poi si defila quando arriva il momento di sostenerla.

L’unico squarcio nel muro di gomma leghista è arrivato per errore. Al direttivo regionale di Reggio Calabria, la deputata ed ex magistrata Simonetta Matone si è lasciata andare a uno sfogo contro le “dichiarazioni folli” di Nordio, attribuendo al ministro la rimonta del fronte del No. Un intervento che Matone credeva al riparo dalla stampa e che il sottosegretario Durigon ha tentato di arginare in tempo reale: “C’è anche la stampa che ti ascolta”. Troppo tardi. Ma la gaffe ha rivelato qualcosa di più profondo: la Lega delega la campagna a figure “tecniche” come Bongiorno e la stessa Matone, tenendo il leader e la struttura di partito lontani dalla trincea.

Le ragioni di questa reticenza possono essere molteplici, e nessuna è rassicurante per la coalizione. La prima è squisitamente tattica: Salvini non vuole intestarsi una battaglia il cui esito appare incerto, con i sondaggi che fotografano un testa a testa sempre più serrato. La seconda è di posizionamento interno: un referendum che vince rafforza Meloni e Nordio, non la Lega. La terza è forse la più insidiosa: il partito che ha sempre parlato alla pancia dell’elettorato sulla giustizia potrebbe aver semplicemente esaurito la spinta propulsiva di quel racconto. L’agenda leghista si è spostata altrove – Autonomia, immigrazione, infrastrutture – e la separazione delle carriere, con le sue complessità tecniche, non scalda più le piazze del Carroccio come un tempo scaldava la parola d’ordine contro i Pm.

Resta il dato politico. In una partita dove ogni voto peserà e dove l’assenza di quorum trasforma l’astensionismo in un’arma a doppio taglio, il disimpegno di uno dei tre pilastri della maggioranza è una nota politica decisamente stonata.