L’epoca felice, romanzo di Comencini tra tempo perduto e ansie di oggi: perché guardare indietro è importante

«Come si fa a riacchiappare la propria vita?», si chiede Rosa, la protagonista del nuovo romanzo di Cristina Comencini, “L’epoca felice” (Feltrinelli). Risposta semplice, che Rosa dentro di sé conosce: non si riacchiappa. Per quanto puoi fare, la vita va avanti come il fiume verso il mare, al massimo puoi ritrovare e rinnovare qualcosa del passato, ma non sarà mai la stessa cosa. Ciononostante, ci si interroga. Ci si prova. Si “rivede” appunto “l’epoca felice”, quando si era ragazzi. Ed è inutile dire che sia sbagliato guardare indietro, è invece molto importante: «L’adolescenza è l’ultima occasione, se non capiamo cosa è successo in quegli anni rifacciamo gli stessi errori». Rosa questo lo sa. E sa i prezzi che ha dovuto pagare.

Le sorelle, Margherita e Viola, l’ascoltano, soprattutto Margherita che forse è la più infelice delle tre (una storia d’amore con un terrorista, rimasto ucciso). L’ascoltano e non la capiscono, Rosa, che di loro è più ricca, dentro. Si vogliono bene, ma di tanto in tanto si beccano. Non accettano di buon grado che il tempo sia passato. E d’altronde – come dice a Rosa il suo psicanalista – «non si dimentica niente, le cose cambiano solo di posto ma rimane tutto dentro».

Il problema è tutto in quel “cambiare di posto”, è da qui che nasce l’insoddisfazione: «Siamo passati da anni in cui si parlava soltanto di politica a oggi in cui la sola parola ti fa venir voglia di vomitare. Nessuno sa niente, nessuno legge i giornali». Lo diceva anche un vecchio personaggio di Čechov, figurarsi se non vada benissimo al giorno d’oggi. E dunque Rosa, dopo aver fatto esperienze forti come la volontaria in Etiopia, ritorna, e le basta una vecchia fotografia, spuntata fuori da chissà dove, per ritrovare il suo tempo perduto: una gita in montagna, le sensazioni della ragazzina un po’ strana che era, una “stranezza” che indusse i genitori a portarla in una clinica così che nella vita di lei c’è un buco, e questo ha complicato le cose.

E poi c’è quel dettaglio che la inquieta più di tutti: il ragazzo che scattò la foto, Francesco si chiamava dietro l’obiettivo. Chi era davvero? Nella ricerca del suo tempo perduto, Rosa torna a incontrare Francesco nei luoghi di gioventù in una sorta di classica chiusura del cerchio ma senza romanticismi ed happy end che stonerebbero con la melanconia del romanzo, così che l’aria resta come rarefatta espressa nella prosa leggera com’è quella di Comencini (deve essere un vizio di famiglia!): il che corrisponde a uno sguardo disincantato eppure partecipe, quasi commosso, dinanzi al fluire del tempo nell’ultima parte del secolo fino all’inizio di questo. Come a tutti quelli che hanno visto scorrere una certa porzione della propria esistenza viene anche al lettore di chiedersi: era meglio prima? Ma qualcuno dovrà pure dire di sì, anche rischiando di passare per il solito nostalgico. E questo romanzo di Cristina Comencini di nostalgia ne ha tanta.