La sfarzosa aula magna della Cassazione, per l’occasione prestata alla campagna referendaria del fronte del “no”, ha di recente ospitato vari esponenti di ANM e del mondo dello spettacolo disponibili a vestire i panni dei testimonial dell’opposizione alla riforma costituzionale. Già in altre occasioni abbiamo assistito alla presentazione del cahier de doléances e l’impressione, ormai una certezza, è che la vera ragione del no alla riforma sia il rifiuto del sorteggio quale metodo di scelta dei componenti togati dei futuri distinti CSM. Anche per attori e cantanti è stato difficile convincere l’opinione pubblica che il vero punto dolente siano gli equilibri di potere interni alla magistratura, messi a repentaglio dal temibile sorteggio. Prudentemente la questione rimarrà sullo sfondo, lasciando spazio allo stanco refrain del controllo politico sulla magistratura.
Il paradosso è che proprio l’indigesto sorteggio rappresenta la migliore garanzia per l’indipendenza organica interna della magistratura, garanzia pari a quella dell’indipendenza esterna. Solo un magistrato libero da vincoli di corrente, infatti, potrà decidere in scienza e coscienza chi siano i migliori colleghi da nominare agli incarichi direttivi. Si è arrivati al sorteggio come rimedio estremo per un male estremo. Grazie a un esorcismo ben riuscito, dal dibattito è sparita l’inquietante degenerazione correntizia svelata dal “caso Palamara”. Chissà se nell’odierna assemblea si ricorderanno le parole pronunciate proprio al CSM dal Presidente della Repubblica Mattarella: “Quel che è emerso, nel corso di un’inchiesta giudiziaria, ha disvelato un quadro sconcertante e inaccettabile … quanto avvenuto ha prodotto conseguenze gravemente negative per il prestigio e per l’autorevolezza non soltanto di questo Consiglio ma anche per il prestigio e l’autorevolezza dell’intero ordine giudiziario; la cui credibilità e la cui capacità di riscuotere fiducia sono indispensabili al sistema costituzionale e alla vita della Repubblica”. Sono passati meno di cinque anni dalla ferma condanna del “coacervo di manovre nascoste, di tentativi di screditare altri magistrati, di millantata influenza, di pretesa di orientare inchieste e condizionare gli eventi, di convinzione di poter manovrare il CSM”.
Di fronte a una tale degenerazione, il sorteggio è una scelta a dir poco obbligata. Siamo tutti d’accordo che in un mondo ideale il merito dovrebbe essere l’unico criterio di selezione di chi è chiamato a governare la magistratura. Nel mondo reale, però, l’elezione dei componenti del CSM e la loro conseguente attività hanno determinato il sistema del correntismo. C’è un precedente, nel 2010, che ha riguardato i professori universitari, altra categoria di dipendenti pubblici non contrattualizzati. Dopo il ripetersi degli scandali baronali e dei concorsi “truccati” si è passati dall’elezione al sorteggio dei commissari, sia per l’abilitazione nazionale sia per i concorsi locali, senza peraltro che la categoria abbia inscenato proteste di sorta, probabilmente nella consapevolezza di essere stata la causa del suo male e dei rimedi conseguenti. La magistratura, invece, si adonta per l’oltraggio del sorteggio e, al tempo stesso, rimuove tanto il tema delle degenerazioni correntizie quanto i richiami, sempre inascoltati, dei vari Presidenti della Repubblica, da Ciampi fino a Mattarella, solo per rimanere alla storia recente.
La domanda alla quale la campagna referendaria dovrà rispondere è semplice: perché un qualunque magistrato, una volta sorteggiato, non sarebbe in grado di ricoprire il ruolo di consigliere del CSM e di decidere le carriere e le promozioni dei colleghi, quando tutti i giorni, nelle aule di giustizia, assume decisioni ben più rilevanti sulla libertà, sui beni e sulla vita di qualunque cittadino? Il CSM è un organo tecnico-amministrativo, non una terza camera politica, e dunque quelle decisioni non sono più rilevanti o più complesse o comunque diverse da quelle che un magistrato affronta nel suo quotidiano lavoro. Delle due l’una: o si ha il coraggio di dire che il magistrato di prima nomina di un remoto ufficio giudiziario non è in grado di incidere sulla vita professionale dei colleghi, e allora non dovrebbe nemmeno poter decidere della vita dei cittadini, oppure bisogna avere l’onestà intellettuale di rivendicare un ruolo politico per un CSM di eletti, proprio quello che ha portato al caso Palamara. È questo il desiderio di ANM? E comunque anche il CSM degli eletti non ha dimostrato grandi capacità tecniche, se si pensa che quasi tutte le nomine di rilievo sono state impugnate al TAR e al Consiglio di Stato. Sono quindi gli stessi magistrati a non credere alle capacità dei loro eletti? Meglio un CSM sorteggiato a tutela della indipendenza interna della magistratura.
