Hamid Zarei, responsabile Relazioni Iraniani nel mondo dell’Associazione Italia-Iran e ideatore della “Pahlavi Centenary Foundation”, è in esilio dalla caduta della monarchia. Vive tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Zarei, a Ginevra sono ripresi i negoziati sul nucleare. Questo rischia di rendere vano il sangue versato?
«Il regime cerca sempre di guadagnare tempo. Già in passato, ha distratto l’Occidente. Parlare del nucleare vuol dire dimenticare i diritti umani».

Se il regime cadesse, voi continuereste a perseguire le ambizioni nucleari?
«Non né abbiamo bisogno. L’Iran può produrre energia e soddisfare la propria domanda interna grazie ad altre fonti. Il Paese è enorme. Eolico e solare sono due potenziali fonti senza che si debba ricorrere necessariamente al nucleare. In questo senso, le ambizioni “atomiche” del regime sono unicamente militari. Con il chiaro e solo obiettivo di distruggere Israele».

Torniamo a Monaco. Vi aspettavate il successo delle vostre manifestazioni durante la Conferenza per la sicurezza?
«No, in effetti no. Però questa è la forza di quei 7-8 milioni di iraniani presenti in tutto il mondo. Le nostre manifestazioni sono sempre più imponenti. Qui in Europa, a Sydney in Australia, da Los Angeles a News York negli Stati Uniti. A Monaco sono arrivati dall’Italia pullman carichi di manifestanti e rappresentanti della politica nazionale a nostro sostegno. È stato un richiamo collettivo a quello che sta succedendo nel nostro Paese, dove la gente non può protestare».

Significativa anche la presenza di Reza Pahlavi. A margine della conferenza, ha perfino incontrato Zelensky.
«Il sostegno alla bandiera con leone e il sole (stemma della monarchia, Ndr) è sempre più forte».

Ma davvero volete restaurare la monarchia?
«Non esageriamo. Chi pensa che Reza Pahlevi torni a Teheran, si metta la corona e cominci a governare è del tutto fuori strada. Il suo ruolo sarà di transizione. Lo ha detto chiaramente. La sua intenzione è indire un referendum, sotto il controllo delle Nazioni Unite e aprire così una pagina di libertà e democrazia per il Paese. Anche se personalmente ho poca fiducia nell’Onu».

Tutto questo sostegno a Reza Pahlavi è perché non vedete alternative?
«L’opposizione al regime si sta stringendo intorno al pretendente Shah perché non vediamo soluzioni altrettanto valide. Narges Mohammadi, la Premio Nobel per la pace 2023, purtroppo, non mi sembra che abbia quel consenso di piazza necessario per costruire un’opposizione».

Perché non si fida dell’Onu?
«È molto semplice. Immaginiamoci come avrebbe reagito la comunità internazionale se fosse successo una cosa del genere con Gaza. Il silenzio del mondo di fronte al massacro di giovani, donne e bambini per mano dei Pasdaran è snervante. Per questo che stiamo organizzando una grande manifestazione davanti al Palazzo di vetro dell’Onu a New York».

D’altra parte, i tempi si allungano. Ormai più di un mese fa, Trump aveva promesso un intervento militare, che non c’è stato. Cosa vi aspettare, ora, da gli Stati Uniti?
«Non so cosa farà Washington. Posso però dire cosa non si deve fare. Non bisogna pensare di fare la guerra all’Iran. L’Iran è un Paese amico dell’Occidente. Si deve invece colpire i punti strategici del regime».

Che però è radicato nella società da quasi mezzo secolo.
«Ma chi dice che l’apparato amministrativo sia davvero fedele al regime? È vero, dalla cosiddetta rivoluzione del 1979 gli ayatollah hanno cercato di mettere i loro fedelissimi nelle posizioni chiavi. Ci sono anche riusciti. Ma c’è un’opposizione silenziosa nel Paese, peraltro in costante contatto con noi all’estero, che è pronta a costituire una nuova classe dirigente del Paese».

In questi giorni il Board of Peace di Gaza è entrato nella sua fase operativa. Il metodo Board of Peace è riutilizzare anche per l’Iran?
«Io credo che, per risolvere il problema di Gaza, basti risolvere abbattere il regime a Teheran. Non serve dire altro, vero?».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).