Per sviluppare l’intelligenza artificiale servono materie prime critiche. Ma, paradossalmente, per trovare le materie prime critiche, oggi è altrettanto indispensabile l’Ia. Senza nickel, cobalto o terre rare non esisterebbero microprocessori e tecnologie digitali avanzate. Individuare i giacimenti che le contengono è però da sempre una delle sfide più complesse. Servono relazioni solide con i governi titolari delle risorse, ingenti investimenti e processi industriali di estrazione e raffinazione articolati. Francesco Cintelli guida un progetto di mappatura dei minerali, che riunisce imprese e università – l’Università di Firenze e l’Università di Siena con il Centro di Geotecnologie (Cgt) di San Giovanni Valdarno – e che sfrutta metodologie di indagine avanzate. La prima applicazione concreta sarà in Tanzania, dove il governo ha appena assegnato le aree pilota per le ricerche sul campo, oggetto di una trattativa in fase avanzata.
Geologo Cintelli, partiamo dall’inizio. Cosa è successo in Tanzania?
«Il governo di Dodoma cercava un partner affidabile per la mappatura delle proprie risorse minerarie. La nostra specializzazione è integrare tecnologie geofisiche tradizionali e innovative, con un approccio rigorosamente scientifico, arrivando a delineare cartografie predittive delle concentrazioni mineralogiche nel sottosuolo. Utilizziamo algoritmi e modelli predittivi alimentati da dati di telerilevamento satellitare e da sistemi Gis. Questi modelli vengono poi validati con campagne di analisi geochimiche e geofisiche a terra».
Tradotto per i non addetti ai lavori?
«In pratica utilizziamo i sistemi tecnologicamente più avanzati per individuare le zone a maggiore potenziale minerario e la Tanzania è uno dei Paesi più promettenti».
Vi si potrebbe definire dei “rabdomanti 4.0”?
«In un certo senso sì. Il vantaggio delle nostre tecniche è che sono molto meno invasive. La ricerca è più mirata e fa risparmiare risorse rispetto a metodi basati soltanto su estese campionature. Lavoriamo con droni e strumentazioni geofisiche geoelettriche ed elettromagnetiche. A partire dall’alto, dallo studio satellitare dello stress vegetazionale, identifichiamo anomalie e disomogeneità che possono segnalare la presenza di determinati tipi di sedimenti e mineralizzazioni nel sottosuolo».
Cercate materie prime specifiche?
«Il focus principale è su oro, nickel e terre rare: elementi critici per microelettronica, transizione energetica e tecnologie digitali».
Il più caro e il più richiesto. Siete sulla cresta dell’onda.
«Esatto. Sono tutti componenti indispensabili nei microchip e in molti dispositivi elettronici».
Che tipo di mandato avete ottenuto in Tanzania?
«Ci è stato conferito l’incarico di esplorazione su tre macro-aree, per una superficie di circa 8mila chilometri quadrati. L’obiettivo è confermare la validità del nostro modello d’indagine».
Con quale impatto ambientale?
«Tecnicamente molto contenuto. Non piantiamo fitte maglie di paline, riduciamo al minimo le perforazioni e concentriamo gli interventi a terra solo dove davvero necessario. I dati vengono elaborati con software avanzati, che integrano anche componenti di intelligenza artificiale, per generare modelli predittivi facilmente fruibili dalle amministrazioni. In molti contesti africani esistono ancora ottime informazioni geologiche “chiuse nei cassetti”: noi le trasformiamo in strumenti operativi. Così si limita l’impatto sull’ambiente, si rende più efficiente la ricerca e si mettono i governi nelle condizioni di valorizzare meglio le proprie risorse».
La vostra soluzione però viene consegnata “chiavi in mano” al governo. Non temete la concorrenza?
«Noi forniamo un servizio in esclusiva al governo tanzaniano. In futuro sarà eventualmente quest’ultimo a decidere se e come condividere dati e modelli con soggetti privati. Da un punto di vista tecnico, il nostro è comunque un modello replicabile: può essere adottato da altri operatori e applicato in altri Paesi, se validato».
Quindi non solo materie prime critiche, ma potenzialmente anche altre risorse naturali?
«Esatto, in linea di principio non ci limitiamo a un solo tipo di commodity: dipende dagli aggregati e dalle anomalie che intercettiamo nelle rilevazioni. In sintesi, lavoreremo in accordo diretto con il governo, in regime di esclusiva, con un approccio prudente, tecnico scientifico e molto trasparente».
Che dimensioni hanno al momento gli investimenti?
«Finora abbiamo sostenuto principalmente costi di struttura e di avvio attività. L’investimento vero e proprio è legato a un finanziamento per la fase pilota. Se la mappatura iniziale darà risultati convincenti, si potrà discutere dell’estensione del progetto ad altre aree o all’intero territorio nazionale. In ultima analisi, tutto dipenderà dalla nostra capacità di dimostrare, con i dati, la presenza e la qualità delle risorse».
