L’ideologia difficile di Pier Paolo Pasolini Quante contraddizioni (anche nei film): Il saggio di Brunetta sul cinema “complesso” dell’intellettuale italiano

C’è qualcosa di irriducibilmente spigoloso, quasi ostile, nel cinema di Pier Paolo Pasolini. Un cinema che non si lascia accarezzare, che rifiuta la grazia della compattezza ideologica e perfino quella, più minuta, della coerenza formale. Un cinema multiforme, direbbe il filosofo; o forse semplicemente contraddittorio, come tutta la sua opera, d’altronde. Nel suo nuovo libro, “Pasolini e il cinema” (Carocci), Gian Piero Brunetta – che del cinema italiano è uno dei più saggi genealogisti – osserva che Pasolini «oggi non ci appare né come un maestro di vita né di pensiero ma come una sorta di presenza diffusa e ricorrente, che ci aiuta a tenere bene aperti gli occhi e attivati i neuroni nei confronti del mondo che ci circonda e della velocità delle sue trasformazioni». Il libro è non solo ricco di spunti analitici ma anche utile per fare il punto sull’impressionante mole di studi pasoliniani.

Già, quello di Pier Paolo Pasolini è stato un cinema “difficile”. Che rimanda al tema infinito: cosa pensava veramente, l’autore di “Ragazzi di vita”? Tra le centinaia di sue frasi questa sembra esaustiva del suo radicale pessimismo: «Da molto tempo vado dicendo che la società italiana – e intendo riferirmi soprattutto ai giovani – si sta omologando. Si stanno distruggendo le varie culture particolari, i vari universi regionali che rappresentano delle culture reali, il pluralismo su cui si è sempre fondata l’Italia. Vado ripetendo da molto tempo che tale omologazione finora si presenta come distruttrice: la sua prima qualità è quella di distruggere dei modi d’essere, delle qualità di vita, quelle che io chiamo dei valori e quindi dei comportamenti». Quelle parole furono pronunciate il 6 settembre 1975 alla Festa nazionale dell’Unità alle Cascine di Firenze. Meno di due mesi dopo fu assassinato.

Il suo pessimismo – Pietro Ingrao, pur riconoscendone la forza intellettuale, disse a chi gli chiedeva un’opinione: «Troppo pessimista, troppo pessimista…» – si intreccia con l’impossibilità di andare oltre, di trovare nuove sintesi in avanti: il che gli valse l’accusa di essere un non progressista, se non si vuole proprio dire un conservatore. D’altronde, la sua celeberrima frase, «io sono una forza del Passato», deporrebbe a favore della tesi “conservatrice”, ed è innegabile che il suo sguardo artistico sia perennemente rivolto al passato, alle radici della ragione, della poesia, dell’arte. Il suo cinema, che è per lui quello che la tela o il marmo erano stati per gli artisti del Duecento o del Rinascimento, riflette tutto questo.

Brunetta scrive che il cinema costituisce forse l’anello più forte del passaggio da una cultura neorealistica a un’esperienza costruita grazie alla coscienza della crisi di un modello culturale e all’esigenza di misurarsi con le nuove tendenze espressive e linguistiche della cultura internazionale. Senza perdere però il senso delle radici e l’eredità culturale ricevuta dalla letteratura, dal teatro, dalla musica e dalle arti figurative. Il cinema di PPP, insomma, è anche una metafora di un’avventura umana e artistica del tutto unica. L’avventura di «un nomade», così lo definisce Brunetta, con il quale dobbiamo ancora fare i conti.