L’indipendenza della magistratura diventa scomoda se si parla di Ustica

Si è svolta ieri mattina la nuova udienza davanti al Gip Livio Sabatini per valutare l’opposizione all’archiviazione dell’inchiesta della Procura di Roma sulla tragedia di Ustica. È stata disposta l’acquisizione (entro la prossima udienza, fissata per il 19 dicembre) dell’elenco completo dei parenti superstiti delle vittime, documento necessario per individuare formalmente tutte le persone offese.

Poi bisognerà decidere se archiviare il procedimento giudiziario ancora aperto sul caso o promuovere – finalmente – l’avvio di indagini nella giusta direzione, quella di un attentato terroristico portato a termine (è una pista incoraggiante e con sinistri richiami all’attualità) dal terrorismo palestinese, dai predecessori di Hamas o dai gruppi minori ad essa collegati. O da chiunque altro. È solo un’ipotesi, confortata da non pochi segnali congruenti, sulla quale la Procura di Roma è stata formalmente sollecitata a indagare dalla figlia di una vittima di quella strage, e solo da lei, Giuliana Cavazza, la presidente dell’Associazione per la Verità sul Disastro Aereo di Ustica (AVDAU). Fare sintesi della dolorosa vicenda così come si è sviluppata in 45 anni (tanti ne sono passati dal 27 giugno 1980) non è complicato, è oneroso, impegnativo, e mette a dura prova la tenacia di chi voglia saperne di più; tuttavia alcuni fondamentali del calvario giudiziario sono sufficienti da soli in quanto dirimenti, almeno per chi crede davvero nella giustizia e non a fasi alterne, a seconda delle convenienze.

Punto primo. Dopo un lungo processo penale sviluppatosi in 272 udienze dibattimentali, la sentenza pronunciata dai giudici della Prima Corte di Assise di Appello di Roma nel dicembre 2005 non lascia spazio a interpretazioni di comodo, di interesse o di qualsivoglia natura: quella notte nei cieli del Mediterraneo centrale non c’è stata nessuna battaglia aerea, nessun missile sfuggito o lanciato intenzionalmente da alcuno, nel raggio di 50/60 miglia dal DC9 Itavia non c’era semplicemente alcun altro velivolo; l’impianto accusatorio portato in giudizio da Rosario Priore, quello del missile o della “quasi collisione”, è stato definito dai giudici penali più confacente alla “trama di un libro di spionaggio ma non un argomento degno di una pronuncia giudiziale”. Questo c’è scritto nella sentenza penale, confermata in Cassazione nel 2007 da un collegio giudicante in cui sedevano, tra gli altri, magistrati dello spessore di Margherita Cassano e Giovanni Canzio.

Combinando gli esiti della sentenza penale – nessuna battaglia aerea – con quelli della perizia di ufficio, stilata all’unanimità dai massimi esperti internazionali reperiti all’epoca dal Giudice Istruttore, emerge inoppugnabile l’ipotesi della bomba a bordo, esplosa nella toilette posteriore del velivolo, quale causa certa della tragedia. Per questo, archiviare il fascicolo significa collocare una pietra tombale su una strage i cui autori potrebbero essere ancora in circolazione, non difficilmente identificabili nella matrice ideologica e assicurabili tuttora alla giustizia. Potrebbero. Ma trascurare questa eventualità parrebbe quantomeno imprudente oltre che incomprensibile.

Punto secondo. Assistiti da una sistematica azione di fiancheggiamento politico, i fautori dell’inesistente battaglia aerea continuano a respingere, con toni a volte supponenti, più spesso isterici, la verità giudiziaria, rifiutando al contempo con altrettanta sistematicità qualunque ipotesi di confronto con i sostenitori della tesi opposta. L’ultima puntata di questa storia incredibile, ancora oscura nelle sue vere motivazioni, è andata in onda il 24 novembre scorso alla Camera dei deputati. Una conferenza stampa presidiata da un campo politico veramente largo e coeso: Pd (Andrea De Maria e Valter Verini), Azione (Marco Lombardo), 5 Stelle (Marco Pellegrini), IV (Ivan Scalfarotto) e AVS (Ilaria Cucchi). Le reali motivazioni dell’incontro con la stampa andrebbero spiegate meglio al cittadino, non fosse altro che per una palese contraddizione tutta da chiarire.

“Noi chiediamo che non si archivi”, ha dichiarato all’Ansa Daria Bonfietti, la indefessa portabandiera dello scenario di guerra nei cieli italiani, e al contempo né lei né altre parti offese della sua stessa idea, hanno depositato, nelle forme previste, alcuna richiesta di opposizione all’archiviazione, come sarebbe stato rigorosamente logico attendersi. Lo ha fatto invece, ancora una volta, chi è davvero intenzionato a far emergere la verità, Giuliana Cavazza, figlia di una delle 81 vittime. Una novella Enzo Tortora che nessuno, a cominciare da una certa politica per finire a una parte della magistratura, vuol riconoscere come tale.

Un’ultima considerazione. Ma tutti questi politici della sinistra che esercitano, uniti come non mai, pressioni così perentorie sulla magistratura per condizionarne e orientarne i comportamenti, non sono forse gli stessi che sollecitano i cittadini a votare No al prossimo referendum? Un No motivato, secondo loro, dalla necessità di preservare l’indipendenza della magistratura. Anche questa contraddizione andrebbe spiegata bene ai cittadini.