Israele teme che Trump spianerà la strada a un accordo parziale con l’Iran sul programma nucleare iraniano pur di vantarsi di aver e vitato un’altra guerra dopo aver millantato di aver posto fine a ben sette conflitti. Israele teme inoltre che un attacco all’Iran, limitato, seguito da negoziati, possa portare a un accordo sul nucleare parziale e che escluda le questioni relative ai missili balistici e ai proxy regionali. Mentre fervono i preparativi del terzo round di negoziati tra Teheran e Washington che avrà luogo domani a Ginevra, le tensioni aumentano con l’arrivo della più grande portaerei del mondo, la Gerald Ford, al largo della Siria.

I funzionari israeliani temono che un accordo di compromesso non risolverebbe la questione della minaccia rappresentata dal possesso di un arsenale di missili balistici dell’Iran né quella del persistente sostegno degli ayatollah ai gruppi terroristici nella regione che sono una ramificazione della Repubblica islamica. Questo scenario lascierebbe Israele ad affrontare da solo tali minacce alla propria sicurezza. Non pochi funzionari a Gerusalemme suggeriscono agli Stati Uniti di rimandare l’azione militare tenendo comunque sotto assedio il regime di Teheran, inasprire le sanzioni e incoraggiare il gran numero di oppositori interni, chiudendo come in fortezza senza rifornimenti l’intero paese che in tal modo sarebbe destinato a implodere e ciò consentirebbe alla popolazione di spodestare gli ayatollah.

Diversi organi di stampa statunitensi hanno riferito lunedì che il capo di stato maggiore congiunto, il generale Dan Caine, aveva avvertito Trump dei potenziali rischi di un attacco all’Iran, tra cui il coinvolgimento degli Stati Uniti in un conflitto prolungato e la possibilità di subire vittime. Ma Trump ha smentito le notizie secondo cui il capo di stato maggiore congiunto degli Stati Uniti si sarebbe opposto all’attacco all’Iran. Ha definito “false al 100%” tali notizie e ha sottolineato che la decisione di andare in guerra o di raggiungere un accordo con Teheran spetta solo a lui. Il presidente Trump ha ribadito ai suoi consiglieri che se la diplomazia o un qualsiasi attacco mirato iniziale da parte degli Stati Uniti non convinceranno la Repubblica Islamica a rinunciare al suo programma nucleare, prenderà in considerazione un’azione militare molto più ampia nei prossimi giorni volta a rimuovere i leader della Repubblica Islamica.

L’Iran si prepara allo scenario peggiore mentre è esplosa in tutte le più prestigiose università del paese una nuova ondata di proteste degli studenti. Il regime sta approntando scudi umani in vista di un possibile attacco degli Usa. Si sta preparando adottando un modello criminale che ha sperimentato per anni attraverso le sue forze per procura nella regione: la militarizzazione di aree civili e l’uso di scudi umani. Questa tattica disumana è stata utilizzata sistematicamente dalle ramificazioni dell’Iran in medio oriente, Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, in Siria, Gaza, Libano e nello Yemen. I pasdaran stanno creando scudi umani militarizzando ospedali e luoghi pubblici. Medici e operatori sanitari, in anonimato, stanno denunciando alle organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, il fatto che comandanti dei guardiani della rivoluzione tengono riunioni negli ospedali per organizzare la militarizzazione degli spazi civili. Membri delle guardie rivoluzionarie e squadre di sicurezza presidiano anche le scuole di diverse città iraniane dove vi allestiscono centri di comandi e basi logistiche.

Già durante le proteste dell’8 e 9 gennaio, si era appreso che le forze di sicurezza avevano utilizzato strutture pubbliche come loro basi dalle quali prendevano di mira i manifestanti. Le milizie pasdaran erano appostate sui tetti dell’ufficio del governatore, dell’ospedale di Panj Azar a Gorgan, della scuola Imam Ali ad Arak e del liceo femminile di Al-Zahra a Sari, di Shiraz e di Teheran. Basi dei guardiani della rivoluzione sarebbero state allestite anche in alcuni stadi e in arene sportive per radunare e schierare le forze di sicurezza, allo scopo di tenere le truppe e gli armamenti al riparo da possibili attacchi da parte degli Stati Uniti e di Israele. Il regime sta trascinando le trattative per le lunghe per posizionare le sue forze navali per bloccare lo Stretto di Hormuz col sostegno di Cina e Russia, sta fortificando i suoi siti nucleari, sta rafforzando le difese aeree e decentrando i comandi militari in maniera da non farli diventare facili obiettivi.

Intanto la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha conferito importanti poteri al capo della sicurezza nazionale Ali Larijani, dopo aver ceduto mesi fa altri suoi poteri ai suoi due figli. Larijani ora gestisce efficacemente importanti asset di sicurezza, militari e civili, emarginando il presidente Masoud Pezeshkian. Khamenei ha ordinato un’ampia pianificazione di emergenza, che comprende diversi livelli di successione nel caso in cui i leader del regime, tra cui lui stesso, venissero uccisi. Ha posto l’esercito in stato di massima allerta, ha spostato i sistemi missilistici in posizioni strategiche, ha condotto esercitazioni militari e ha preparato le forze di sicurezza interne per reprimere con sempre più ferocia una possibile insurrezione durante un’eventuale guerra.

L’intelligence americana ha già identificato almeno 300 basi distrettuali basij distribuite nei distretti municipali della città di Teheran che sono stati in prima linea nel brutale massacro perpetrato nelle strade iraniane tra l’8 e il 9 gennaio. Sono considerati i centri nevralgici della repressione a livello operativo e sarebbero tra i primi obiettivi nel mirino statunitense e molte di queste sono moschee.