L’Italia dei piccoli comuni non va cancellata, serve una vera riforma: il problema non è il numero ma il modello

Ogni volta che si discute dei 8.000 Comuni italiani, il confronto scivola su un piano puramente quantitativo. L’idea che “piccolo è inefficiente” e “grande è moderno” nasce da un pregiudizio tecnocratico che ignora la complessità territoriale del Paese. L’Italia non è fatta solo di metropoli e aree industriali, ma di comunità diffuse, di borghi, vallate, isole, montagne e periferie che costituiscono la vera rete vitale della Repubblica. Ridurre questa pluralità a un problema numerico significa confondere la dimensione con la funzione.

Economie di scala o illusioni di massa

Da decenni si invoca la logica delle “economie di scala” per giustificare fusioni e accorpamenti. Ma i risultati, nella pratica, sono spesso controproducenti. Le grandi città, dove si concentrano popolazione e risorse, non offrono automaticamente migliori servizi: al contrario, i costi sociali di alienazione, criminalità e disagio urbano superano i risparmi amministrativi. Le megalopoli non sono sinonimo di efficienza, e la qualità della vita — non la grandezza — dovrebbe essere la vera misura del buon governo.

Piccoli Comuni, grandi costi strutturali

Detto ciò, non possiamo ignorare che esistano centinaia di micro-Comuni con meno di 500 abitanti, costretti dalla legge a mantenere gli stessi organi istituzionali dei grandi centri: sindaco, giunta, consiglio, segretario comunale. Questo è l’assurdo vero: non la loro esistenza, ma l’uniformità normativa che impone a realtà minuscole oneri amministrativi insostenibili. Il principio di sussidiarietà, sancito dall’articolo 118 della Costituzione, deve tradursi in differenziazione organizzativa, non in omologazione burocratica.

Autonomie funzionali e gestione associata

La soluzione non è la cancellazione dei piccoli Comuni, ma la creazione di modelli cooperativi di gestione: unioni territoriali, servizi condivisi, amministrazioni digitali intercomunali. Questo approccio, sperimentato con successo in vari Paesi europei, consente di mantenere la rappresentanza locale, riducendo al contempo i costi strutturali. Non serve accorpare identità, ma integrare funzioni. È questa la vera riforma liberale della pubblica amministrazione: meno apparato, più efficienza.

Digitale e territorio: l’Italia del futuro

L’innovazione tecnologica e il lavoro da remoto hanno dissolto l’antico dogma secondo cui solo la concentrazione produce sviluppo. Con la fibra ottica, i servizi online e l’intelligenza artificiale applicata alla PA, anche un Comune montano può diventare un centro efficiente. È tempo di una strategia nazionale per i territori minori, con investimenti in connettività, sanità di prossimità e mobilità sostenibile.
Così si può invertire lo spopolamento e restituire dignità a chi vive fuori dai grandi centri.

Riformare, non cancellare

Un Paese moderno non si misura dal numero dei suoi Comuni, ma dalla qualità delle sue istituzioni. Serve una riforma che unisca autonomia, innovazione e responsabilità fiscale, superando la logica binaria “piccolo vs grande”. L’Italia dei borghi, se connessa e ben amministrata, non è un peso ma una risorsa strategica per la coesione sociale ed economica del Paese. E in un’Europa che punta alla prossimità e alla sostenibilità, i piccoli Comuni possono tornare ad essere il laboratorio di una modernità più umana e diffusa.