L’Italia è stata inserita al 49° posto nella classifica sulla libertà di stampa stilata dalla ONG Reporters Sans Frontières e parte il solito copione: democrazia a rischio, Paese imbavagliato. Urlano i detrattori di Giorgia Meloni, gli stessi che hanno inventato “TeleMeloni”, salvo dimenticare chi ha costretto Pucci a rinunciare al prestigioso palco di Sanremo per le sue idee.
Ma questa classifica misura soprattutto una percezione del clima mediatico. E le percezioni si costruiscono. Da mesi una parte della sinistra alimenta il racconto di un’Italia autoritaria che non esiste nei fatti. Una narrazione ripetuta ormai da tre anni dai soliti noti, che ha contribuito a creare quel “clima” che oggi è diventato oggetto della valutazione. Uno schema ormai conosciuto: prima si costruisce la percezione, poi la si usa come prova.
Intanto, a Torino, gli anarchici hanno assaltato la sede de La Stampa. Vera e propria intimidazione ai giornalisti. Su questo, però, nessuna emergenza democratica. Semmai uno dei grandi problemi, ovviamente non discusso, sono le querele temerarie, abusate da tutti, anche da chi oggi si erge a difensore della libertà di stampa.
Ma la libertà di stampa è soprattutto memoria: nel 2022, con Draghi, l’Italia era al 58° posto. Oggi è al 49°. Peggio allora, meglio oggi. Ma allora silenzio. Oggi scandalo. E questa non è libertà di stampa. È distorsione premeditata. Perché la libertà, per loro, non è un principio. È uno strumento selettivo da usare contro l’avversario.
