Dieci anni fa David Cameron annunciò la data del referendum sull’appartenenza all’Unione europea. Avrebbe dovuto chiudere una questione che divideva il suo Partito conservatore. Invece innescò una reazione a catena da cui Westminster non si è ancora ripresa. Il voto finale per lasciare l’Ue travolse lo stesso Cameron e inaugurò un’era di instabilità politica senza precedenti nella Gran Bretagna moderna. Da allora, nessun primo ministro è riuscito a completare un’intera legislatura.
La sfortunata Theresa May ereditò il compito di attuare la Brexit. Per rafforzare la propria autorità indisse elezioni nel 2017, salvo poi perdere la maggioranza. Il successivo inquilino di Downing Street, Boris Johnson, riuscì a portare a compimento la Brexit, ma fu travolto da una serie di scandali legati alla gestione del Covid. Poi fu la volta di Liz Truss, il cui sfortunato esperimento fiscale è diventato sinonimo di dilettantismo autolesionista. Innescò un crollo dei mercati della sterlina e dei titoli di Stato britannici, che la costrinse alle dimissioni dopo appena 45 giorni. Rishi Sunak tentò di riportare la calma, ma non riuscì a convincere gli elettori del fatto che i Conservatori meritassero un’altra occasione.
Il Partito Laburista è tornato al potere con un’ampia maggioranza sotto la guida di Keir Starmer, pur avendo ottenuto poco più del 30% del voto popolare. Secondo gli indici di gradimento, il suo governo è tra i più impopolari della storia recente. Lo scandalo legato a Jeffrey Epstein ha avuto profonde ripercussioni nell’élite di governo britannica. Peter Mandelson, ex ambasciatore a Washington di Starmer e tra le figure più influenti del Labour, è stato arrestato con l’accusa di abuso d’ufficio in relazione ai suoi rapporti con il trafficante di minori e pedofilo. Ancora più dannoso è stato il coinvolgimento dell’ex Principe Andrea. I rapporti con Epstein hanno portato al suo arresto e alla sua pubblica disgrazia. Il fatto che un criminale sessuale condannato sia riuscito a coltivare relazioni che spaziavano dalla Famiglia Reale ai più alti ranghi della diplomazia ha alimentato la percezione non solo di fragilità politica, ma anche di un fallimento istituzionale più ampio e sistemico. L’establishment britannico appare compromesso e moralmente svuotato.
Una carenza di leadership
La leadership è parte del problema. Negli ultimi dieci anni, la politica britannica ha sofferto di una quasi totale assenza di chiarezza strategica. Ogni governo ha ereditato non solo le sfide strutturali dell’economia, ma anche le questioni irrisolte e i danni lasciati dai predecessori. Il risultato? Governare è diventato sempre più difficile. Ciò non significa che la Gran Bretagna sia un caso isolato. La volatilità politica è aumentata in molte economie avanzate. Gli Stati Uniti vivono una stagione di populismo permanente, e lo stesso vale per buona parte dell’Europa. Gli shock economici dalla crisi finanziaria globale, le trasformazioni tecnologiche, la pandemia e l’aumento delle disuguaglianze hanno destabilizzato gli elettorati ovunque. L’instabilità politica può essere letta, sotto molti aspetti, come il sintomo di società alle prese con cambiamenti profondi, spesso fuori dal loro controllo.
Il costo economico dell’instabilità politica
Questo, però, non deve far dimenticare l’impatto deleterio dell’incertezza politica sulla crescita economica. Imprese e investitori cercano sicurezza. Frequenti cambi di leadership e di indirizzo politico scoraggiano gli investimenti di lungo periodo e la creazione di posti di lavoro. Le riforme strutturali, in particolare quelle volte ad aumentare la produttività e che possono comportare costi per alcune fasce dell’elettorato, richiedono un investimento costante di capitale politico.
Il percorso economico della Gran Bretagna dopo la Brexit riflette queste dinamiche. Secondo i dati di Bloomberg, dal 2016 il Paese ha registrato una crescita del Pil inferiore alla media delle altre economie del G7, con un incremento annuo dell’1,54%, tra i peggiori del gruppo. La sterlina è rimasta strutturalmente debole rispetto alle altre valute comparabili, mentre l’indice FTSE 100 ha sottoperformato sia l’Euro Stoxx 50 sia l’S&P 500 statunitense. I costi di finanziamento del debito pubblico, pur inferiori ai picchi raggiunti durante il governo Truss, restano più elevati rispetto a quelli di diversi Paesi europei, con investitori meno inclini a concedere al Regno Unito la fiducia di un tempo.
Per gli italiani, la traiettoria britannica rappresenta un esempio interessante. Per generazioni, il Regno Unito ha incarnato la stabilità: una meta per chi voleva sfuggire alla volatilità della politica italiana, alla criminalità organizzata, alla burocrazia e alla crescita stagnante. La “fuga dei cervelli” accelerata dagli anni Novanta in poi si basava anche sull’assunto radicato che la Gran Bretagna offrisse certezza, competenza politica e opportunità economiche.
Oggi quell’assunto appare meno solido. È vero che, secondo la maggior parte degli indicatori, il Regno Unito resta mediamente più ricco e con uno standard di vita più elevato dell’Italia. Ma ormai è evaporata l’idea che sia immune da disfunzioni politiche e inerzia economica. L’Italia, sotto la guida di Giorgia Meloni, sta vivendo una fase di stabilità politica quasi senza precedenti nel dopoguerra. Dalla pandemia, le due economie hanno viaggiato quasi appaiate: il Regno Unito è cresciuto in media dell’1,22% annuo e l’Italia dell’1,16% dal 2020.
Le traiettorie nazionali non sono mai lineari
Il confronto evidenzia una verità cruciale: le traiettorie nazionali non sono mai lineari né prevedibili. I Paesi che appaiono inattaccabili sono spesso già al culmine della loro parabola; quelli dati per spacciati possono trovarsi nel punto più basso, quello da cui si può solo risalire. Politica ed economia raramente seguono traiettorie lineari, e quasi mai rispettano le previsioni. Quanto all’emigrazione, decisioni fondate esclusivamente sulla percezione di stabilità nazionale o di slancio economico comportano rischi impliciti. L’idea che un altro Paese possa offrire un riparo permanente dalle turbolenze può rivelarsi illusoria. Ciò non significa che emigrare sia sempre una scelta sbagliata. Molti italiani hanno costruito all’estero vite di successo e soddisfacenti.
Ma le motivazioni dovrebbero essere personali più che legate a grandi narrazioni macroeconomiche o politiche. Opportunità professionali, legami familiari, percorsi di studio o il desiderio di nuove esperienze sono fattori su cui l’individuo può incidere. Le traiettorie macroeconomiche, no. Il circo politico britannico e il declino economico continuano il loro corso. È impossibile dire quando – e se – la rotta cambierà. Gli italiani, che osservano da lontano o vivono direttamente nel Regno Unito, farebbero bene a ricordare che nessun Paese ha una garanzia permanente di stabilità, né un’immunità duratura dal disordine.
