È noto, e dovrebbe esserlo anche a Maurizio Landini, che la dinamica salariale è legata a quella della produttività. Storicamente, quando la produttività cresce, crescono anche i salari. Al contrario, quando la prima ristagna, anche i secondi perdono potere d’acquisto. Certo, a pesare fortemente sulle buste paga c’è il fiscal drag. E qui i sindacati hanno ragione. Ma senza innovazione non c’è crescita della produttività. E senza crescita della produttività non ci sono le basi per aumentare i salari. Una realtà che interroga il nostro farraginoso sistema contrattuale e, in particolare, la cultura rivendicativa della Cgil.
La manovra austera
Ieri la confederazione maggioritaria ha scioperato contro una manovra di bilancio definita “austera”, cioè restrittiva. Perché sceglie, per usare una metafora cara ai demagoghi, “più cannoni e meno burro”. In piazza sono scesi in pochi, tanto che il ministro dei Trasporti Salvini si è affrettato a definirla “un flop”. La ricetta di Landini è quindi far “piangere i ricchi” (tassare rendite e extraprofitti, patrimoniale per i più facoltosi dagli importi improbabili)? E i problemi strutturali della sanità e dell’istruzione? E i problemi strutturali delle imprese industriali, che arrancano in mercati sempre più competitivi? E i problemi strutturali del debito e della spesa pubblica fuori controllo? Chissà, forse verranno affrontati nel prossimo sciopero generale, sempre di venerdì, ovviamente.
Bisogna fare i conti con i fatti
Purtroppo, con i fatti bisogna fare i conti. E i fatti ci dicono che, ove perdurassero le sue odierne divisioni, il sindacalismo confederale è destinato a un lento ma inesorabile declino. Ci dicono, inoltre, che alle sue odierne sue divisioni contribuisce non poco un’idea puramente movimentista del sindacato. Un’idea secondo cui il suo mestiere si sublima e, in fondo, si esaurisce nell’esercizio del conflitto sociale, a cui è affidata la creazione -taumaturgica- sia di nuovi equilibri di potere che di nuovi sbocchi politici. Riprendendo il vecchio motto di Eduard Bernstein, ma in un senso qui rovesciato, in questa concezione il fine è niente, il movimento è tutto.
Servono proposte credibili
Luciano Lama e Bruno Trentin ci hanno insegnato che il sindacato è un’organizzazione che non si limita all’azione di protesta, di denuncia, di propaganda. Deve elaborare proposte e soluzioni credibili, costruire processi di solidarietà nel frantumato mondo del lavoro. Fuori da questo orizzonte, rischia di smarrire la sua ragion d’essere. E un leader degno di questo nome dovrebbe intuire quando si rende necessaria una sterzata strategica. Che non significa ripiegare su scelte moderate, accomodanti, di piccolo cabotaggio. Significa che gli obiettivi del sindacato devono essere sempre declinati in termini negoziali.
Un sindacato politicizzato e ideologizzato, al contrario, finisce col perdere la sua forza espansiva, soprattutto nei confronti dei giovani. E finisce col coltivare l’illusione dell’autosufficienza, accantonando il problema dell’unità. Pertanto è giunto il momento, sia detto senza iattanza, di cambiare strada. Pur sapendo, come ammoniva Machiavelli, che “non c’è niente di più difficile da condurre, né più dubbioso di successo, né più dannoso da gestire, dell’iniziare un nuovo ordine di cose”.
