L’Occidente che potrebbe tornare grande nell’ultimo saggio di Marco Bassani

LUIGI MARCO BASSANI STORICO E PROFESSORE ORDINARIO

Esce in questi giorni con LiberiLibri “Occidente contro Occidente”, saggio in cui il professor Luigi Marco Bassani, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, descrive la parabola della nostra identità occidentale.

Professore, il dibattito sull’Occidente sembra tornato centrale. La domanda è semplice: l’Occidente è davvero in declino?
«Assolutamente no. Non perché non abbia problemi enormi, ma perché il declino non è determinato da Cina, India o da qualche “nuova superpotenza”. C’è più probabilità che sbarchino alieni entro un anno che vedere la Cina sostituire gli Stati Uniti alla guida del mondo».

Dunque il declino non è causato dai competitor esterni. È autoinflitto?
«Sì. L’Occidente è l’unica civiltà che ha fatto dell’autocritica un principio strutturale. Quando diventa senso di colpa permanente, ci paralizza. Ed è esattamente ciò che sta accadendo in Europa».

Lei scrive che “l’Occidente resta il destino del mondo”. Perché questa convinzione?
«Perché ha costruito le categorie stesse con cui raccontiamo la storia. Da Erodoto a Toynbee, la narrazione del mondo è occidentale. Non c’è un racconto cinese, swahili o indiano con la stessa forza universalizzante. Noi abbiamo costruito il frame entro cui tutti gli altri si muovono».

Tutto questo passa dall’universalismo occidentale. È la nostra forza o la nostra fragilità?
«Entrambe. L’universalismo – l’idea che i nostri valori siano validi per tutti – è stato l’arma più potente dell’Occidente. Ma quando smette di essere un progetto e diventa autocensura, ci disarma».

Nel suo libro distingue nettamente Europa e Stati Uniti. In che cosa l’Occidente è “diviso in due”?
«Nel rapporto con il cristianesimo. In America il liberalismo nasce con il cristianesimo. In Europa nasce contro. Lì la libertà non ha dovuto distruggere la religione per affermarsi. Qui sì».

Quanto ha pesato il laicismo europeo, quello di matrice giacobina?
«Moltissimo. L’idea di relegare la religione in sacrestia è un errore antropologico prima che politico. Ci ha convinti che anche l’Islam avrebbe accettato la privatizzazione della fede. Non è così».

Lei parla dell’Islam come di una dottrina politica. Può spiegare?
«L’Islam ha un’etica dualistica: un comportamento verso i fedeli e uno verso tutti gli altri. Non è un giudizio morale, è un dato storico. L’universalismo islamico scatta solo quando tutto il mondo si converte. È un progetto politico».

In Europa l’arrivo di 50-60 milioni di musulmani è davvero un pericolo come lei scrive?
«Il problema non è il numero. È l’alleanza culturale con la sinistra occidentale. Un’alleanza già vista in Iran: il fronte progressista che aiuta le forze religiose a scalzare il regime, e poi viene epurato».

Sta pensando a ciò che racconta Houellebecq in Sottomissione?
«Esattamente. Michel Houellebecq aveva previsto un meccanismo perfetto: la sinistra pur di fermare le destre si allea con l’islam politico, e finisce divorata. Lo stesso schema dell’Iran nel ’79».

Eppure, lei ammette che l’Occidente potrebbe assorbire una quota di immigrazione. Perché oggi non ci riesce?
«Perché non crede più in sé stesso. Un’Europa che si percepisce come colpevole non assimila nessuno: si fa assimilare».

Un altro nodo: la demografia. Lei fornisce numeri netti.
«Le donne con quattro nonni europei hanno una media di 0,87 figli. Le donne musulmane stanno tra 2,3 e 3. La matematica non è razzista: è matematica. In una generazione gli equilibri saltano».

Parliamo di economia: lei sostiene che la Germania è più povera del Mississippi. Una provocazione?
«No. Se si considera il costo della vita, la Germania ha un reddito reale più basso del Mississippi, lo stato più povero degli USA. E il Regno Unito è più sotto ancora. L’Italia è lontana anni luce».

L’Occidente sopravvive comunque, scrive lei, se ritrova la sua anima. Quale?
«La libertà greca, la dignità romana e l’uguaglianza cristiana. Dallo stoicismo all’editto di Caracalla, fino all’idea evangelica dell’uomo come soggetto di diritto».

Arriviamo a oggi. Il presidente Trump è davvero disruptive?
«Donald Trump non è disruptive: è rivoluzionario. Sta ribaltando l’esperimento sociale iniziato con il Covid. E come diceva Mao: la rivoluzione non è un pranzo di gala».

L’agenda di Trump ha tre pilastri: può spiegarli?
«Primo: rimandare a casa gli immigrati illegali. Secondo: smontare il globalismo giuridico, cioè il potere delle élite non elette. Terzo: chiudere la stagione dell’ideologia gender».

Lei cita il discorso di J.D. Vance sul ritorno alla libertà. Perché è importante?
«Perché J. D. Vance ha detto chiaramente: “Basta censura”. Gli europei gli hanno risposto: “Noi invece la censura la vogliamo”. È una frattura culturale gigantesca».

Con Trump, uno spartiacque culturale?
«Sì. Quando Trump ha detto nel discorso inaugurale “There are two genders in America, male and female” ha rotto un incantesimo. Ha messo fine alla più grande follia culturale del nostro tempo».

E dunque l’Occidente sopravviverà?
«Sì, ma solo se tornerà alla sua origine: libertà, uguaglianza, dignità dell’essere umano. Senza affidarsi a nessun Dio collettivo. Nessuna élite ci salverà. Solo la nostra civiltà, quando si ricorda cosa è».