L’ordine internazionale costruito dopo il 1945 non si sta semplicemente logorando: sta entrando in una fase di smantellamento attivo. È questa la tesi che fa da sfondo alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, che dal 13 al 15 febbraio riunisce in Baviera oltre sessanta capi di Stato e di governo insieme a centinaia di rappresentanti di governi, industria della difesa, mondo accademico e finanza. La Munich Security Conference (MSC), fondata nel 1963, non è un vertice negoziale né produce trattati vincolanti. È un luogo in cui si misura la temperatura dell’ordine globale. E il nuovo Munich Security Report 2026, pubblicato alla vigilia dei lavori, adotta una formula che sintetizza il clima del momento: il mondo è entrato in una fase di “wrecking-ball politics” — una stagione in cui la demolizione non è un effetto collaterale, ma un metodo.

L’espressione allude a una dinamica in cui la rottura diventa strumento politico deliberato: architetture multilaterali, regole commerciali e assetti di sicurezza non vengono soltanto aggiornati, ma messi in discussione nella loro legittimità. Non è più il tempo della manutenzione dell’ordine esistente, bensì della sua ridefinizione, talvolta attraverso una pressione che ne accelera l’erosione. In questo quadro, gli Stati Uniti — il Paese che contribuì in modo decisivo a costruire l’assetto postbellico — sono oggi tra gli attori che più ne accelerano la trasformazione. Il cambiamento non riguarda singole decisioni, ma l’approccio complessivo al multilateralismo, al commercio regolato e alla natura stessa delle alleanze. Per l’Europa, ciò si traduce in una crescente incertezza strategica. Il partenariato transatlantico, a lungo considerato il perno della sicurezza europea, appare meno prevedibile, oscillante tra “rassicurazione, condizionalità e coercizione”.

A Monaco, nel 2025, questa ambivalenza emerse con particolare chiarezza. L’intervento del vicepresidente statunitense J. D. Vance lasciò intendere che il sostegno americano non fosse più un presupposto implicito, ma una variabile legata alla capacità europea di dimostrare impegno concreto. Non una rottura formale, ma la normalizzazione di un rapporto meno automatico e più condizionato. Quest’anno sono attesi, tra gli altri, il Segretario di Stato Marco Rubio, il Segretario generale della NATO Mark Rutte e la Presidente della BCE Christine Lagarde. All’apertura dei lavori, l’ambasciatore statunitense presso la NATO ha respinto le letture più pessimistiche del rapporto, ribadendo l’impegno americano nell’Alleanza, a condizione che gli alleati europei rafforzino le proprie capacità operative.

Ma il documento non si limita alla dimensione geopolitica. Un altro elemento centrale è l’erosione della fiducia nei sistemi politici occidentali. In molte democrazie avanzate, la politica è percepita come amministrazione di uno status quo incapace di produrre miglioramenti tangibili. Quando la promessa di progresso graduale perde credibilità, aumenta la disponibilità a soluzioni di rottura.
Ciò che si profila non è un semplice vuoto di potere, ma un cambio di atmosfera: un mondo in cui le regole arretrano e i rapporti di forza avanzano. La guerra in Ucraina e le pressioni ibride che attraversano l’Europa non interrompono l’ordine esistente; ne rivelano la fragilità. Il pericolo, come suggerisce il rapporto, non è soltanto la crisi ma la sostituzione: un sistema in cui le norme condivise cedono il passo a sfere di influenza e negoziati asimmetrici. Eppure, l’ordine post-1945 può essere in difficoltà, ma non è ancora superato. La Conferenza di Monaco si presenta così non come un rito diplomatico, ma come un banco di prova. Se la palla da demolizione è già in movimento, la domanda è chi, e con quali strumenti, sia ancora disposto a costruire.

Jacopo Bernardini

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