L’ultimo libro di Julian Barnes, lo scrittore che aspetta la morte. In “Partenze” l’ansia diventa meditazione

Lo sforzo che in una persona normale è inaudito – scrivere della morte essendo molto malato – in Julian Barnes diventa invece esercizio di stile fatto con l’eleganza sorridente della poesia e della cultura. Questo “Partenze” (traduzione di Susanna Basso, Einaudi) sarà il suo ultimo romanzo, come ha annunciato lui stesso a Raffaella De Santis di “Repubblica”, spiegando che «l’idea di morire e lasciare un libro a metà non è un bel modo di concludere. Così ho pensato che la cosa migliore fosse scrivere il mio ultimo libro ora». Molto british, come concetto. Lo dice così nel libro: «È il mio congedo ufficiale, la partenza, la mia ultima conversazione con voi». Giacché “Partenze” è davvero un discorso con chi legge il libro, un mettere il cuore a nudo in presenza dei lettori, un dialogo con “voi” che è sublimazione del dialogo con sé stesso in un momento cruciale della vita, segnata dalla presenza di quel cancro curabile ma non eliminabile.

Per tutto questo, “Partenze” è un libro sincero pervaso da una tristezza matura, consapevole, persino ironica. E in questo, Barnes è veramente “inglese”, di quegli inglesi – non sono molti – che assomigliano ai francesi per charme e razionalità insieme. Non a caso, è un grandissimo conoscitore della letteratura francese, ed è con Marcel Proust che il romanzo-saggio inizia. Una bella premessa-digressione sulla “memoria involontaria” – che modernamente si chiama “IAM”, Involuntary Autobiographical Memory – che poi è il concetto proustiano esemplificato con il celeberrimo mito della “madeleine” inzuppata nel tè che suscita i ricordi del proprio tempo perduto. Il tempo, la morte: i due termini sono connessi. La memoria, il tempo, la morte, che serpeggia sotto tutte le righe del libro. Non in maniera tragica ma, per quanto possibile, ragionevole, laica. Perché prima o poi arriva: una tragedia normale, se così si può definire la fine dell’esistenza, «è solo l’universo che fa il suo mestiere».

Con questo atteggiamento tra lo stoico e l’illuminista, Barnes racconta la vicenda dei due protagonisti del romanzo. Quando Barnes ne rievoca la storia, Stephen e Joan, entrambi amici di Julian, sono già passati a miglior vita. Il narratore-Barnes, che li fece incontrare a vent’anni – s’innamorarono, si sposarono, si separarono – e poi ancora quattro decenni dopo – e si innamorano di nuovo, e si sposano, prima di lasciarsi per l’ultima volta. Cosa c’è stato in mezzo, Barnes dice e non dice, e in effetti alla vecchiaia si ricordano l’infanzia e la gioventù e il presente, quello che c’è stato nel frattempo è svanito nella nuvola della memoria. Fatto sta che l’amore «redivivo», come lo definisce l’autore, non funziona, almeno nel caso di Stephen e Joan. È come se lui l’amasse “troppo”. Ma il problema è lei. «La felicità non mi rende felice», dice Joan con una frase che nella sua assurdità esprime un certo male di vivere. Il narratore Julian si trova perciò davanti a due fallimenti, a distanza di quarant’anni, che poi è il medesimo: quanto sarà stata colpa sua?

La sottile ansia che ne deriva confluisce poi nel grande stagno delle domande sulla fine della vita. Alla vecchiaia le domande si affollano. E lo scrittore di successo si scopre piccolo. Forse lo è sempre stato. La malattia lo coglie proprio nel tempo della grande ansia degli anziani, ansia che diventa meditazione, sempre con tono allegro, sulla perdita della memoria come emblematica dell’approssimarsi della inevitabile fine. Tra grandi dosi di saggezza e decine di citazioni, Barnes s’inoltra con grazia sul più instabile dei terreni senza pretendere di dettare messaggi epocali o tantomeno definitivi. E si accomiata dal lettore come un anziano nonnetto che lascia il nipotino davanti al portone della scuola – «continua a guardare» – lasciandoci nello sgomento. Ma sempre con quel lieve sorriso sulle labbra.