Made in Italy, investimenti esteri, export e innovazione. Perché il 2026 può essere l’anno decisivo per la competitività industriale

C’è un momento nei cicli economici in cui un marchio smette di vivere di rendita e diventa una scelta strategica. Il Made in Italy si trova oggi esattamente in questo passaggio: non più soltanto patrimonio simbolico, evocazione di qualità e saper fare, ma infrastruttura economica chiamata a misurarsi con un mondo instabile, competitivo e sempre più tecnologico. Guardando al 2026, il quadro consente un cauto ma concreto ottimismo, purché non si confonda la ritrovata solidità con un punto di arrivo. L’Italia arriva a questa fase con alcuni fattori nuovi che incidono direttamente sulla percezione internazionale. La stabilità politica, attestata su livelli che nel confronto europeo risultano tutt’altro che marginali, unita a una gestione più rigorosa dei conti pubblici e a un rapporto con le imprese più costruttivo, sta modificando il modo in cui il Paese viene osservato dagli investitori globali.

Made in Italy, perché il 2026 può essere l’anno decisivo per la competitività industriale

È un dato che emerge con chiarezza da un report come l’Attractiveness Survey a cura di Ernst Young, l’indagine annuale sull’attrattività economica dei Paesi: l’ultima, quella del 2025, relativa ai dati 2024, indica che il 74 % dei dirigenti di imprese sondati prevede di espandere o avviare attività in Italia nei prossimi dodici mesi, un balzo significativo rispetto al 54 % del 2023, segnale di una fiducia ritrovata che non si vedeva da tempo. Un dato che trova riscontro anche nei numeri dell’export, che continuano a mostrare dinamiche positive nonostante le turbolenze geopolitiche. Nel primo trimestre del 2025 le esportazioni italiane hanno segnato una crescita del 3,2 % in valore, raggiungendo 160,1 miliardi di euro, con performance particolarmente forti verso paesi OPEC, Medio Oriente e Stati Uniti. È in questo contesto che il governo ha fissato un obiettivo ambizioso: portare l’export italiano a 700 miliardi di euro entro il 2027, partendo dagli attuali 650 miliardi, confermando la proiezione internazionale come una leva chiave di competitività e crescita. La crescita delle esportazioni verso mercati strategici indica un Made in Italy capace di muoversi in uno scenario multipolare, intercettando domanda anche laddove gli equilibri internazionali sono in rapido mutamento.

Bisogna accelerare

Tuttavia, se la fotografia attuale consente di guardare avanti con fiducia, il vero discrimine resta la capacità di non perdere il treno dell’innovazione. Molte imprese italiane stanno già adottando intelligenza artificiale, automazione avanzata e tecnologie digitali in modo trasversale, anche in settori meno tradizionalmente associati all’alta tecnologia, aumentando efficienza e competitività. Il presidente di ICE Matteo Zoppas, intervistato recentemente sull’Economista, ha osservato come l’Italia abbia reputazione e soft power, ma ha evidenziato che la grande sfida oggi è non restare indietro nella corsa all’innovazione. Bisogna accelerare. In sintesi, siamo avanti, ma siamo lenti, e il rischio di essere superati è reale, burocrazia e inerzia sistemica richiedono riforme profonde per rendere l’ecosistema produttivo più agile e reattivo. Il problema non è l’assenza di eccellenze, ma la velocità con cui queste soluzioni si diffondono nel tessuto produttivo. In un contesto globale dove la velocità di adattamento è determinante, essere competitivi ma lenti equivale a esporsi al rischio di essere superati.

Il 2026, un banco di prova decisivo

La digitalizzazione non è un capitolo separato del Made in Italy, ma la condizione necessaria perché il marchio continui a generare valore e soft power economico. Il Made in Italy continua a poggiare su pilastri riconosciuti a livello globale, dall’agroalimentare alla moda, dalla meccanica alla chimica, dal packaging all’arredo, settori che mantengono volumi rilevanti e una forte riconoscibilità internazionale, mentre altri comparti attraversano fasi di assestamento e nuovi ambiti mostrano segnali di fermento industriale. La sfida dei prossimi anni non sarà difendere indistintamente ogni settore, ma accompagnare le trasformazioni, sostenendo investimenti, competenze e integrazione tecnologica dove il potenziale di crescita è maggiore. Il 2026 si profila così come un banco di prova decisivo. Il Made in Italy vi arriva con fondamentali più solidi di quanto spesso venga raccontato, sostenuto da una percezione internazionale in miglioramento, da un export resiliente e da una base industriale ancora ampia e diversificata. Ma l’ottimismo, da solo, non basta: la partita si giocherà sulla capacità di trasformare la stabilità in slancio.