Maga e Neocon non sono incompatibili, la priorità è archiviare il fronte russo e separare Pechino da Mosca

Secretary of State Marco Rubio whispers to President Donald Trump during a roundtable meeting on antifa in the State Dining Room at the White House, Wednesday, Oct. 8, 2025, in Washington. (AP Photo/Evan Vucci) Associated Press/LaPresse

Si narra che quando Richard Nixon e Henry Kissinger – allora Consigliere per la sicurezza nazionale – dovevano affrontare i dossier caldi, quelli che implicavano soluzioni che oggi definiremmo poco ortodosse, contrariamente alla prassi naturale e istituzionale, le riunioni avevano luogo nell’ufficio dell’”uomo ombra”, definito dai nemici e non solo “il grande burattinaio”. Chiunque passasse di lì, dinanzi a quella porta sbarrata, comprendeva subito che, da qualche parte nel mondo, i tentacoli erano già pronti a colpire. Altrimenti non c’era motivo che giustificasse un incontro fuori dallo studio ovale (i Kennedy ad esempio erano soliti affrontare i temi delicati sotto il portico della Casa Bianca).

Il perché oggi è noto a tutti: di quelle conversazioni, di quelle operazioni non doveva restare traccia alcuna, mentre le conversazioni nello studio ovale venivano puntualmente registrate, cosi come le telefonate del presidente. Ora non ci è dato sapere se Donald Trump abbia un luogo prediletto per parlare con Marco Rubio che ad oggi, oltre ad essere il segretario di Stato, è anche ad interim de facto il consigliere per la sicurezza nazionale, da quando Michael Waltz è stato nominato da The Donald nuovo rappresentante permanente al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. I dossier e i temi non mancano e, del resto, non è un mistero che quanto si progetti per il Venezuela – balletti di Maduro a parte – ricordi molto quell’approccio (per alcuni vintage) applicato per decenni dagli Stati Uniti in America Latina. Di certo ad infittire la trama è la natura politica di Rubio. Non solo quella di un repubblicano di origini cubane, quintessenza dell’anticomunismo, ma soprattutto quella di neocon, che riporta alla mente la stagione dei Cheney, dei Bush. Di quell’America che ha ingaggiato la guerra globale al terrorismo e dominato il partito repubblicano fino all’avvento della “dottrina MAGA”.

Quella dottrina che non nasce con Trump, ma nell’opposizione ad Obama e alla sua narrazione di America. Dottrina “MAGA” e neocon sono intese come forze antitetiche, rispettive nemesi di una concezione politica dell’identità americana e sul “come” l’America debba giocare il suo ruolo nel mondo, e soprattutto sul tipo di rapporto da instaurare tanto con gli alleati quanto con i nemici. Da una parte i creatori dell’esportazione della democrazia, dall’altra i sostenitori di un rinnovato “isolazionismo”. Eppure questi due mondi non sono cosi incompatibili come taluni pensano. Le differenze ci sono, non sono minimali, talvolta persino esistenziali, ma non talmente dirimenti da procurare una spaccatura estrema nel cuore di un partito che ha sì criticato l’approccio dei democratici in politica estera, ma non ha mai parlato di un ridimensionamento del ruolo statunitense. La stessa tensione con Kyiv dei repubblicani non nasce da simpatie russe o affini come qualcuno spesso si cimenta nel dipingere, ma da una convinzione che i repubblicani hanno maturato nel tempo, e che configura nel prossimo futuro uno scontro con Pechino.

Del resto, le mire su Taiwan sono state ribadite da Xi Jinping nell’ultimo colloquio telefonico con Trump. E di qui ne deriva una certa volontà di chiudere il fronte a est, quello con una Mosca che, rientrando nel G8, romperebbe con Pechino. Chiudere il fronte sì, ma cedere a Mosca no. Questa è l’opinione dei neocon, che temono e forse fiutano la trappola russa dietro l’angolo. Perché se l’errore di lasciare Kabul ha provocato un effetto domino che ha sconvolto gli equilibri globali fin nel cuore dell’Europa, più di quanto fece la caduta di Saigon, quanto peserebbe sugli Stati Uniti la perdita di Kyiv? Tanto, troppo, e significherebbe la fine dell’impero americano.