Manifestazioni contro il conflitto in Iran, l’attivista di Firenze e la scomoda verità

Poco più di un secolo fa Jaroslav Hašek, eccentrico giornalista anarchico, nel libro “Le avventure del bravo soldato Švejk nella Grande Guerra” (1921-23), rimasto incompiuto, regalò alla letteratura (e alla storia) il dissimulatore del militarismo attraverso l’arma spietata dell’ironia (come a dire “una risata vi seppellirà”). Il bravo soldato Švejk, infatti, mette alla berlina le assurdità belliciste che portarono alla Grande Guerra.

Nei giorni scorsi, a Firenze, abbiamo visto comparire una soldatessa Švejk, questa volta, protesa a denunciare platealmente il pacifismo imbelle e settario. Mi riferisco alla attivista iraniana Leila Farahbakhsh, una designer ed esule che vive a Firenze da circa 15 anni e che il 1° marzo scorso si è messa di traverso sui Lungarni al passaggio di una manifestazione dei soliti noti (Cgil, Anpi e Arci) contro la guerra in Iran. Leila ha rimproverato i pacifisti di manifestare contro l’intervento militare esterno (in particolare quello degli USA) ma di aver ignorato lo sterminio di civili iraniani, tra cui donne e giovani, avvenuto per mano degli ayatollah, chiedendo ad alta voce: “Perché siete stati in silenzio quando il regime ha ucciso 40.000 persone in pochi giorni?”. I manifestanti, colti di sorpresa, si sono fermati come se quelle accuse avessero colpito nel segno e sollevato dei dubbi nelle loro coscienze.

Ovviamente Leila, al pari del bambino che denuncia la nudità del sovrano, è salita all’onore delle cronache. In interviste successive, ha dichiarato che parte del popolo iraniano, ormai privo di voce sotto la dittatura, vede nella fine del regime – anche attraverso pressioni esterne – l’unica reale possibilità di libertà. Questo è il leitmotiv presente anche in altre dichiarazioni raccolte, durante le manifestazioni contro il regime, da cittadine e cittadini iraniani che hanno trovato rifugio in Italia.

In sostanza, vi è la consapevolezza che lo Stato teocratico può cadere solo per intervento esterno e che il cammino verso la libertà è condizionato dagli effetti collaterali delle azioni militari, tra cui i bombardamenti e le vittime civili. Da noi, invece, si è tornati a professare la dottrina del “non si esporta la democrazia con le bombe”. Una dottrina che, proveniente da sinistra, è ormai diventata una sorta di verità rivelata. Nel caso del regime degli ayatollah è molto difficile esprimere quelle solidarietà che si sono udite dopo la cattura di Nicolás Maduro anche se non mancano tuttavia coloro che arruolano i preti barbiti e le loro milizie nel fronte antimperialista israelo-americano. Pertanto è divenuto normale compiacersi per la decapitazione del regime, salvo mettere subito avanti le mani per dissentire dall’uso delle armi e delle bombe. I conti non tornano. Gli iraniani hanno provato a fare da sé al prezzo di decine di migliaia di morti, di arrestati, torturati e prenotati per l’impiccagione.

Gli attivisti iraniani in esilio non criticano Trump e Netanyahu per le azioni di guerra, ma li rimproverano di non averlo fatto prima come avevano promesso. Ma del resto come venne liberata l’Europa dal nazifascismo: con la diplomazia o con la guerra? Il sempiterno presidente dall’Anpi, Alfredo Pagliarulo, potrebbe chiedere a qualche ex partigiano sopravvissuto che cosa pensava quando cadevano le bombe degli alleati sulle città e le infrastrutture italiane (magari anche su qualche ospedale). Si accorgerebbe che i loro sentimenti erano gli stessi di Leila. Purtroppo è sempre attuale la profezia di Winston Churchill dopo il Patto di Monaco del 1938: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”.