La capitale del mondo, per qualche giorno, è stata la residenza di Donald Trump a Palm Beach. La villa di Mar-a-Lago è diventata l’epicentro di principali dossier dell’agenda americana e mondiale, Ucraina e Medio Oriente. Ma il quadro scaturito dalla Florida appare un enorme insieme di chiaroscuri. Una serie di incontri e telefonate che hanno forse fatto capire, ancora una volta, al presidente degli Stati Uniti che la politica mondiale non segue le regole del tycoon. Il gioco è deciso con altre tempistiche, altri interessi, altre leggi e anche diversi tipi di rapporti. E questo, The Donald, lo sta (ri)scoprendo in un secondo mandato che era iniziato con propositi molto più ottimistici. Ma che si è scontrato spesso con brusche frenate o semplice nulla di fatto.
L’incontro con Zelensky
L’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è arrivato in una fase in cui Trump ha messo in chiaro di volere accelerare sul fronte negoziale. Ma se prima mandava ultimatum sulle tempistiche dell’accordo, ora anche il presidente Usa ha dovuto cedere. L’idea di una “deadline” sulle trattative, del resto, non ha prodotto i risultati sperati. E così Trump, che ha visto Zelensky e sentito al telefono, per due volte, Vladimir Putin, ha solo detto che l’accordo è “più vicino”, ma senza dare indicazioni precise. Il campo di battaglia continua a inviare segnali molto diversi dalle speranze del tycoon. Mosca, dopo l’annuncio di un presunto attacco ucraino alla residenza di Putin nella regione di Novgorod, si è trincerata in dichiarazioni di fuoco su “rappresaglie” e “cambiamenti della posizione nel negoziato”.
Tra Kiev e Washington nodi da sciogliere
Dall’incontro con Zelensky è apparso chiaro che tra Kyiv e Washington rimangono dei nodi da sciogliere di fondamentale importanza: la cessione dei territori occupati alla Russia e le garanzie di sicurezza per il prossimo futuro. E su tutto resta ancora il grande punto interrogativo dell’eventuale forza di pace. Uno scenario, questo, di cui i leader della “coalizione dei volenterosi” discuteranno il prossimo 6 gennaio in Francia (vertice preceduto da un altro a livelli di consiglieri per la sicurezza nazionale tra quattro giorni). Ma se l’Europa continua a tendere la mano agli Stati Uniti, lo stesso lo sta facendo il Cremlino, il cui gioco è quello di rafforzare il canale diretto con la Casa Bianca ed escludere il Vecchio Continente da qualsiasi decisione.
Trump e il ricevimento di Netanyahu
Le bombe intanto continuano a cadere su tutta l’Ucraina, costringendo milioni di persone a continui blackout e con le forze russe che avanzano molto lentamente e a costo di enormi perdite nella parte orientale del Paese invaso. E qualche osservatore ritiene che l’obiettivo di Putin sia solo quello di perdere tempo, paralizzando Trump in un negoziato che il leader russo non ha alcuna intenzione di assecondare a meno che non arrivi alla capitolazione di Kyiv. Uno status quo che non sembra destinato a sbloccarsi. Almeno non secondo le previsioni della Casa Bianca. E questo rischia di essere lo scenario anche dell’altro dossier bollente di questi giorni: il Medio Oriente. Trump ha ricevuto a Palm Beach il suo amico e alleato Benjamin Netanyahu. Ma se l’incontro ha consolidato ulteriormente l’asse tra i due leader, allo stesso tempo non ha portato allo scioglimento di diversi nodi strategici. E questo vale anche per l’attuazione del piano di pace di Trump per Gaza.
Nuova crisi all’orizzonte
La “fase due” della Striscia, quella che prevede il disarmo di Hamas, una forza di stabilizzazione internazionale e un graduale ritiro dell’Idf, appare ancora molto lontana dalla concretizzazione. La milizia palestinese si è ristabilita nelle zone sotto il suo controllo e non ha intenzione di cedere il proprio arsenale né di scomparire. E la minaccia di Trump di un nuovo “inferno” segnala, implicitamente, che Hamas è ancora un problema per Netanyahu e il presidente Usa. Sulla Cisgiordania, altro fronte bollente della grande crisi mediorientale, l’amministrazione Usa ha dovuto ammettere le divergenze con il governo israeliano senza però indicare una vera “road-map”. Il disarmo di Hezbollah in Libano, dove Israele continua a colpire, appare una chimera. La Siria di Ahmed al-Sharaa resta un buco nero fatto di dubbi strategici, violenze e raid anche da parte delle stesse forze Usa contro l’Isis. E se Netanyahu ha incassato il supporto di Trump in caso di un’altra operazione contro il programma missilistico e nucleare dell’Iran, anche sul fronte di Teheran, di fatto, sembra prevalere la sensazione di un’inquietante attesa per un nuovo round di attacchi. Una sensazione di incertezza cui si aggiunge ora all’orizzonte una nuova crisi: quella tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sullo Yemen.
