L'intervista
Marco Mondini: “L’Europa è un’isola assediata. Apra gli occhi sulla Difesa, basta con le illusioni”
Marco Mondini fa parte del direttivo dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne e del board editoriale di «1914-1918 online. The International Encyclopedia of the First World War». Tra i suoi volumi più recenti: Partire, raccontare, tornare 1914-1918 e Il ritorno della guerra. Combattere, uccidere e morire in Italia 1861-2023.
Come definirebbe questo momento della Storia?
«Viviamo in una fase di crisi, di profonda transizione. Ed evidentemente in un momento prebellico, non più postbellico. La guerra su vasta scala non è più un relitto del passato, come è stato dopo il 1945 (e soprattutto da dopo il 1991) ma una possibilità concreta del presente. E tuttavia è inutile cercare di decifrarla aggrappandosi a paradigmi noti. Non è un nuovo 1914, per essere chiari, anche se questa analogia circola da tempo, per motivi ideologici e senza alcuna base storica. Il “rischio 1914” è stato evocato ad esempio in occasione della “piazza pacifista” organizzata da Giuseppe Conte a Roma nella primavera scorsa, per enfatizzare il pericolo di una Terza guerra mondiale che sarebbe potuta scoppiare scivolando come sonnambuli in un conflitto globale se i Paesi europei avessero proseguito sulla strada del riarmo per proteggere sé stessi e sostenere l’Ucraina. Il punto è che l’Europa di oggi non assomiglia per niente a quella, militarizzata fortemente, del 1914. Germania, Francia, Italia sono reduci da 25 anni di tagli alla Difesa, di smilitarizzazione, di smantellamento degli eserciti di leva. E naturalmente non esistono quei dettagliati piani di guerra che all’epoca rappresentavano la principale preoccupazione di Stati maggiori e governi. Così, non solo non è possibile scivolare in un conflitto (a meno che non sia la Russia a scatenarlo), ma gli europei oggi fanno fatica persino a programmare la propria Difesa. Il punto è che le facili analogie con il passato sono sempre pericolose, e lo storico di mestiere lo sa (o lo dovrebbe sapere bene). Il ritorno della guerra sul continente ha spezzato un’illusione, quella della pace garantita e scontata. E ha spazzato via la convinzione, molto confortante, che gli europei potessero rinunciare a essere cittadini a pieno titolo. Cioè, se ne potessero infischiare di tutto ciò che ha a che fare con Difesa e sicurezza collettiva. Ma è ora di aprire bene gli occhi e guardare in faccia la realtà. Viviamo in un’epoca nuova e minacciosa, dove gli equilibri internazionali sono compromessi e l’Europa è un’isola assediata dove si difende la democrazia».
Il Congresso Usa, a quanto pare, disapprova Trump sulla questione Ucraina. Stanno infatti approvando una linea che prevede il sostegno stabile all’Ucraina, la cooperazione con l’Ue e la difesa del ruolo della Nato. Stiamo entrando in una fase nuova nei rapporti tra Usa ed Europa?
«Uno degli elementi più disorientanti di questa transizione, che potremmo definire una nuova età della militarizzazione (o forse l’alba di una nuova guerra fredda), è la crisi della democrazia statunitense. La seconda presidenza Trump è sotto molti aspetti più traumatica della prima. La sua aggressività, sostanziale e a parole, è maggiore, e la corte di Trump, a partire dal suo pericolosissimo vicepresidente Vance, nutre un profondo disprezzo per tutto ciò che l’Unione europea rappresenta: equilibrio dei poteri, regole, lotta contro la deriva plebiscitaria e contro il culto del capo carismatico. L’Amministrazione americana ha fin da subito impresso un nuovo corso ai rapporti tra le due sponde dell’Atlantico, ma non bisogna trascurare alcuni elementi caratteristici della storia recente. Il primo, il disimpegno americano rispetto alla sicurezza del teatro europeo non l’ha inventato Trump. Con l’eccezione della presidenza Biden, va avanti da oltre un quarto di secolo, da quando il dissolversi dell’URSS ha reso superfluo il concentramento di risorse militari americane nel vecchio mondo, più utili nell’area dell’Indo-Pacifico per contrastare la crescente potenza cinese. Secondo, non necessariamente la voce di Trump e del suo esecutivo è la stessa della macchina statale Usa».
Perché l’Italia è tra i Paesi più facilmente piegabili alla propaganda russa? Solo nostalgia ideologica?
«Intanto perché anche in Italia la seduzione dell’uomo forte ha fatto proseliti, e non da ieri. E poi perché in Italia, soprattutto in alcuni circoli intellettuali, si soffre di quella che Zygmunt Bauman ha definito “retrotopia”. Si è incapaci di analizzare il presente senza ricorrere a lenti del passato, il che porta, per non fare che l’esempio più lampante, a difendere a priori le ragioni della Russia di Putin perché erede dell’Unione Sovietica, e quindi nemica metafisica del cattivo capitalismo, e dell’ancora più cattiva America. Sono residui alquanto polverosi di un linguaggio e di una visione ideologica da anni ’70 che oggi non hanno più alcun ancoraggio con la realtà, ma sono consolanti, perché offrono la possibilità di una visione (manichea e surreale, ma chiara) di un presente disorientante. Questo spiega perché alcuni attori politici e del mondo culturale siano facili vittime (o volontari carnefici) al servizio della propaganda putiniana».
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