Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato per il 17 novembre il Consiglio Supremo di Difesa. All’ordine del giorno figurano l’evoluzione dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente, ma anche un capitolo che segna un cambio di rotta nella percezione collettiva della sicurezza nazionale: le minacce ibride e la loro dimensione cognitiva.
La convocazione dell’organo costituzionale riflette l’assoluta necessarietà e la profonda urgenza del tema, confermando con un atto di responsabilità nazionale quella che è, de facto, una realtà: le democrazie liberali sono oggi sotto attacco ibrido, cognitivo ed epistemico. Dalle micro-incursioni russe nei cieli europei agli attacchi cibernetici, dai sabotaggi alle infrastrutture critiche alle campagne di manipolazione dei processi elettorali. Ciò che appare come un insieme di episodi isolati è, in realtà, un unico mosaico strategico di normalizzazione dell’anomalia e di erosione, costante e sistemica, dei sistemi democratici. È un moral bombing in chiave moderna, una pressione costante, fatta di operazioni ibride e sottosoglia, che sposta il conflitto dal piano militare a quello informativo, emozionale e percettivo. La guerra ibrida non risparmia alcun obiettivo, colpendo classe civile, politica e militare in un campo di battaglia onnicomprensivo. Ogni attacco sottosoglia ha l’obiettivo di generare sfiducia, lasciando un vuoto di credibilità e generando nebbia percettiva.
È un meccanismo di erosione epistemica che porta interi Stati a non riuscire più a discernere tra vero e falso, guerra e pace, fatto e opinione, informazione e disinformazione. I sistemi democratici, avvolti in questa nebbia, mantengono le proprie forme e perdono la sostanza: i processi decisionali e le regole di unanimità divengono ostacoli strutturali, mentre il sistema smette di credere in sé stesso. Qui, la convocazione del Consiglio Supremo di Difesa assume particolare valenza strategica, simbolica, politica. Perché sullo sfondo del conflitto ibrido si muove un confronto di natura prettamente politica, quello tra autocrazie e democrazie. Le democrazie dibattono, si interrogano; le autocrazie agiscono.
Nel momento in cui le minacce diventano agili, adattive e multivettoriali, la lentezza deliberativa delle democrazie si trasforma in vulnerabilità strategica. Attaccare è oggi quantomai rapido, semplice ed economicamente conveniente; difendersi, al contrario, diviene costoso e complesso. La guerra ibrida è una combinazione di strumenti – diplomatici, economici, militari, informativi, legali – utilizzati in sinergia e sotto la soglia del conflitto aperto, con il chiaro obiettivo di logorare la fiducia pubblica, saturare le capacità cognitive e produrre una società iperstimolata, spaventata, polarizzata e, di conseguenza, paralizzata.
Dalla Francia al Regno Unito, fino alla Svezia e la sua Psychological Defence Agency, Stati europei hanno già riconosciuto ufficialmente la difesa cognitiva come pilastro delle più ampie strategie di sicurezza nazionale. Per cui la mossa italiana segna, in questa direzione, un passo cruciale per la difesa della Repubblica e della sua resilienza informativa ed epistemica. Di fronte alla progettazione strategica del disordine, la forza gentile delle democrazie può prevalere solo se qualità di informazione e pluralismo dell’informazione divengono linee di difesa strategiche. La convocazione del Consiglio ci ricorda un concetto chiave: una democrazia, per restare tale, deve saper difendere la propria sopravvivenza, dotandosi di un arsenale cognitivo capace di affrontare la complessità del presente e difendere i propri valori.
