L'editoriale
Maurizio Landini, “il Madurista” che tradisce la CGIL
Di fronte a tragedie che scuotono la coscienza universale – giovani iraniani perseguitati, incarcerati, impiccati; venticinquemila bambini ucraini rapiti; ragazzi ebrei massacrati il 7 ottobre di due anni fa mentre vivevano in pace con il mondo – il sindacato guidato da Maurizio Landini tace. Nessuna mobilitazione, nessuna protesta, nessuna voce pubblica. Poi, improvvisamente, le piazze si animano sotto l’Ambasciata americana, non per difendere le libertà negate, ma per invocare la “liberazione” di un presidente illegittimo, un usurpatore che da venticinque anni opprime lavoratori e cittadini venezuelani.
Qui non siamo più nel campo di una scelta politica discutibile. C’è qualcosa di più profondo e inquietante, che supera perfino i legami ideologici coltivati nel tempo da una certa area della sinistra sindacale. Il Venezuela lo conosco bene. Ho lavorato con i sindacati liberi, affiliati alla Confederazione sindacale internazionale, la stessa a cui aderisce la Cgil. Ho toccato con mano la loro avversione al regime, prima chavista poi madurista. Sono sindacati perseguitati, costretti spesso alla clandestinità. Le assemblee pubbliche vengono sistematicamente ostacolate; quando riescono a svolgersi, sono infestate da spie e provocatori. Io stesso ho potuto lasciare il Paese solo grazie all’intervento dell’Ambasciata italiana, dopo pressioni e minacce dirette.
In Venezuela il regime riconosce un solo sindacato: quello di Stato. Un organismo privo di rappresentatività, ignorato da tutte le organizzazioni sindacali internazionali. È dunque comprensibile lo sconcerto dei lavoratori venezuelani in Italia di fronte alle iniziative di Landini a sostegno di Maduro. Uno strappo grave, preceduto da altri, sempre in favore di realtà che negano le libertà sindacali, che sono fatte di diritti individuali e collettivi. Chi sostiene questi regimi nega, nei fatti, la natura stessa del sindacalismo che dice di professare.
Una scelta così singolare e provocatoria merita una sola risposta dal sindacalismo confederale italiano: avviare forme concrete di solidarietà verso i lavoratori venezuelani. Tra loro vi sono moltissimi cittadini di origine italiana, figli e nipoti dell’emigrazione novecentesca. Hanno bisogno di tutto per ricostruire una vita associativa libera.
Far presto sarebbe anche un modo per ricostruire fiducia e accompagnare, attraverso canali popolari e organizzati, una nuova democrazia. Perché la libertà, quando poggia su basi credibili, dà frutti duraturi e scoraggia nuove avventure autoritarie. Il dato più inquietante del regime chavista non è solo l’aver cancellato i diritti, ma l’aver svuotato di identità e personalità milioni di cittadini, trasformando i più poveri in sudditi dipendenti da sussidi e i militari in casta privilegiata. Sono convinto che molti iscritti e dirigenti della Cgil comprendano bene la posta in gioco in quel Paese sfortunato. E proprio a loro spetta il compito di riallineare il sindacato alla sua ragione d’essere.
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