Medio Oriente, l’ambasciatore Checchia: “Sul Libano segnali di speranza In MO l’Occidente non si divida”

GABRIELE CHECCHIA AMBASCIATORE

«L’Europa deve cercare una posizione comune sull’Iran, mantenendo un forte dialogo con Washington e Tel Aviv». È questa la tesi dell’ambasciatore Gabriele Checchia – già ambasciatore alla Nato, in Libano, Direttore per le relazioni internazionali della Fondazione FareFuturo e presidente del Comitato Strategico del Comitato Atlantico Italiano – sulle tensioni nel Middle East.

Come interpreta il nuovo scenario mediorientale?
«Lo guardo con preoccupazione. Il quadro è in continua evoluzione e difficile da decifrare, ma credo che tale dinamica presenti almeno tre livelli di lettura».

Quali?
«Il primo, a mio avviso, è che questa crisi è attraversata anche da aspetti escatologici, quasi metafisici, con ricadute politiche. Da un lato abbiamo una dirigenza iraniana espressione di uno sciismo militante che attende il ritorno del Mahdi, dell’Imam nascosto, e che ritiene che ciò potrebbe avvenire solo al termine di un periodo di caos come il contesto bellico attuale. Dall’altro lato esistono componenti della destra messianica israeliana che leggono il conflitto anche in chiave biblica per perseguire il progetto della Grande Israele. A ciò si aggiunge il peso dell’evangelismo americano in parte del mondo trumpiano in un’ottica simile. Questo rende il confronto mediorientale qualcosa di più di una semplice crisi geopolitica, quasi un conflitto le cui bussole sono visioni escatologiche contrastanti».

Il secondo livello è geopolitico. Israele considera prioritaria la neutralizzazione della minaccia nucleare iraniana. Gli Stati Uniti, oltre a questo aspetto, mirano a contenere l’espansione della Cina, che ha nell’Iran uno dei suoi maggiori fornitori energetici.
«Il terzo livello riguarda la politica interna dei principali attori. Netanyahu può rafforzarsi in vista delle elezioni con una linea durissima contro Teheran. Anche Trump potrebbe avere interesse a presentarsi come l’uomo capace di ridimensionare la minaccia iraniana, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato. Tutto questo rende la crisi estremamente complessa e fluida».

In questo scenario quale può essere il ruolo dell’Italia?
«L’Italia ha mantenuto una linea equilibrata: da un lato ha preservato il dialogo con gli Stati Uniti; dall’altro ha ribadito con chiarezza la propria collocazione europea, coordinandosi con Francia, Germania e Regno Unito. Il governo sul tema difensivo, diplomatico e del rientro dei cittadini italiani, si sta muovendo molto bene. Mi auguro però che in vista della relazione della presidente del Consiglio alla Camera sulla situazione in Medio Oriente, possano emergere, segnali di convergenza tra la maggioranza e la parte più responsabile dell’attuale opposizione. In una crisi così delicata, sarebbe un grande segnale. Anche perché credo che il monito, a livello europeo, più serio lo abbia dato proprio il premier Meloni invocando la necessità di una de-escalation pragmatica».

Questa convergenza tra Stati Uniti e Israele sull’Iran è destinata a durare?
«Non ne sono profondamente certo. La mia impressione è che gli obiettivi di lungo periodo di Trump e Netanyahu non coincidano del tutto. Gli Stati Uniti potrebbero accontentarsi di un forte ridimensionamento del regime iraniano o di una sua evoluzione interna verso figure più negoziabili, come accaduto in Venezuela. Anche se la scelta di Mojtaba Khamenei come guida suprema non fa bene sperare. Israele, invece, sembra puntare a una neutralizzazione totale della capacità iraniana di proiettare potenza nella regione. Il primo vuole un leader-change il secondo un regime-change. Vedremo quindi se e quando queste due linee entreranno in tensione».

E per il Libano vede margini di miglioramento?
«Qualche segnale di speranza c’è. Se il regime iraniano dovesse indebolirsi davvero, o addirittura cadere, anche Hezbollah perderebbe una parte cruciale della sua forza di condizionamento e il Libano potrebbe recuperare spazi di statualità e di autonomia. È un processo difficile, ma non impossibile. Guardo perciò con favore la recente posizione del presidente libanese Joseph Aoun severo contro Hezbollah e per il possibile avvio di un dialogo con Israele».

In tutto questo che spazio resta al diritto internazionale?
«Il diritto internazionale oggi appare indebolito. Ma questa crisi non nasce nel vuoto: viene dopo anni in cui le regole internazionali sono già state erose. Pensiamo all’invasione dell’Ucraina. Il punto è lavorare per una rifondazione credibile dell’ordine internazionale, senza fingere che l’attuale sistema funzioni ancora in modo efficace. Il “Board of Peace”, ad esempio, pur con i suoi pesanti limiti e le sue derive privatistiche, può essere un tentativo pragmatico in questo senso».