Dalle primavere arabe al 7 ottobre 2023, dai flussi migratori agli attacchi houthi nel Golfo di Aden. Viene da chiedersi quanto all’Italia convenga ancora chiamare il Mediterraneo “mare nostrum”. La complessità delle crisi in corso, concentrate in un quadrante così ben confinato, richiede un impegno della comunità internazionale, che vada oltre l’azione di una singola potenza regionale, o comunque dei Paesi che su questo bacino hanno affaccio. Questo non vuol dire che il nostro governo non possa far nulla affinché il Mediterraneo torni a essere un mare di scambi commerciali, culture e di prosperità com’è stato in passato. Anzi. Il Piano Mattei ha in pancia le adeguate linee guida perché si arrivi a questa conclusione. Ma è una strategia “made in Italy” che ha bisogno della partnership di molti attori. Oggi in conflitto tra loro.
Sono trascorsi quindici anni dalla caduta dei regimi corrotti di Tunisia, Egitto e Libia. A cui si è aggiunta al guerra civile siriana. Alla stabilità garantita con la forza da parte di quelle trascorse dittature, non si è avvicendato né un governo capace di provvedere alla sicurezza delle coste nordafricane, né tanto meno un processo di democratizzazione. La caduta di Gheddafi ha trasformato la Libia in un vuoto di potere a poche centinaia di miglia nautiche da Lampedusa. Il Canale di Sicilia si è visto soggetto a una pressione migratoria senza precedenti. L’Unhcr parla di 2,8 milioni di sbarchi dal 2014 a oggi. La guerra civile siriana ha generato una diaspora di oltre 6 milioni di profughi, la cui maggioranza si è riversata nell’Europa centrale, attraverso la rotta balcanica. Il pogrom di Hamas contro Israele, il 7 ottobre 2023, ha fatto da detonatore a una crisi che sembrava latente. Il conflitto israelo-palestinese si è riacceso in tutta la sua virulenza e si è esteso nel Libano e nello Yemen. Ovvero dove i proxy iraniani tentano di avere la meglio. Da lì, insieme al regime di Teheran, l’Hezbollah libanese e le forze sciite yemenite combattono una guerra contro Israele, che è solo la punta dell’iceberg di un confronto geopolitico, economico e identitario.
In questo contesto, l’Italia occupa un ruolo che non ha paragoni rispetto ad alcun suo partner occidentale. Per evidenti ragioni geografiche e culturali, siamo il Paese europeo più esposto alle crisi appena elencate. Lo Stivale è un attracco naturale per le merci e le risorse energetiche che giungono e che salpano dall’Europa e verso l’Oriente. Dal Mar Rosso transita il 40% del nostro commercio estero. Le radici della nostra storia – il mare nostrum appunto – ci ricordano che il Mediterraneo è la culla della nostra identità. Italiana, ma anche europea. Già questo è sufficiente per motivare l’ambizione e l’azione del governo Meloni nel giocare un ruolo di punta nel processo di pace a Gaza, quanto anche negli altri quadranti di crisi nel Nord Africa. Il Piano Mattei nasce come strategia per definire i nuovi destini dell’Africa nei suoi rapporti con l’Europa. Ma è dotato di una visione più dilatata. Abbraccia il Medio Oriente e si estende al Golfo persico. Paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono attori imprescindibili per qualsiasi tentativo di pacificazione. La stabilità del Mediterraneo è indissolubilmente legata a quella del Medio Oriente allargato. Senza il coinvolgimento degli emiri, ogni sforzo di ricostruzione a Gaza o di stabilizzazione in Libia resterebbe privo delle risorse e del peso politico necessari.
Per l’Italia l’incarico di peacemaker in questo scenario risulta obbligatorio. A differenza di partner come Francia e Regno Unito, la nostra diplomazia gode di una credibilità trasversale. Sul nostro passato non grava il “misfatto” delle potenze mandatarie. Vantiamo un dialogo consolidato con il mondo arabo. Abbiamo ricucito le relazioni con Israele. Siamo l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti nella gestione della crisi a Gaza. In sede Ue, l’Italia è la promotrice di una politica estera che intende smettere di guardare al Mediterraneo come a un problema marginale. Bensì trattarlo come una priorità condivisa di politica estera. Se Bruxelles vuole evitare che il Mediterraneo rappresenti un suo secondo fronte, dopo quello contro la Russia, altrettanto se Washington mira a concentrare tutte le proprie risorse nel quadrante dell’Indo-pacifico, è necessario che a Roma venga assegnato il giusto mandato di capocordata nella gestione dei dossier più scottanti. Che non riguardano solo un mare chiuso tra civiltà millenarie, ma la stabilità del mondo occidentale.
