«Ci sono momenti in cui una nazione deve guardarsi allo specchio e decidere se rimanere com’è o provare ad essere migliore. Questo è uno di quei momenti.» Giorgia Meloni sceglie le parole con la precisione di chi sa che dal palco del Teatro Parenti di Milano, non sta parlando solo alla platea di Fratelli d’Italia o all’elettorato di centrodestra, Sta parlando al Paese.
L’evento si intitola «Sì. Una riforma che fa giustizia», organizzato dai gruppi parlamentari di FdI. La cornice è quella di un teatro nel cuore di una Milano che da trent’anni convive con il fantasma di Mani Pulite. Meloni costruisce il suo intervento come atto d’accusa e proposta insieme: non un comizio, ma una lezione di diritto costituzionale tenuta con il ritmo della battaglia politica. Il bersaglio principale è il sistema delle correnti che governa il Csm. «L’unica differenza tra il sistema attuale e quello che introduciamo noi è che nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito, e nel sistema che introduciamo noi vale il merito solamente. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno non verso di noi, ma sui magistrati stessi.» La riforma non è dunque un attacco alla magistratura: è una liberazione dei magistrati migliori da un sistema che li penalizza. «Ecco perché io considero che questa sia soprattutto una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati, perché non si piegavano alla logica delle correnti politicizzate».
Il giurista Sabino Cassese, già giudice della Corte Costituzionale, offre il sostrato tecnico: «Sono stato professore di diritto per una cinquantina d’anni. Ho sempre visto con preoccupazione il fatto che i magistrati entrassero in un corridoio unico, mentre sapevo che alcuni erano bravissimi come investigatori e altri come giudici. Essendo questi due compiti separati, la loro specializzazione sarà più funzionale alla giustizia». Sul sorteggio per la composizione del Csm, Meloni sceglie la domanda retorica: «Tra membri del Csm scelti dai partiti e dalle correnti e quelli sorteggiati, quali garantiscono meno dipendenza dalla politica? Io penso che ogni persona intellettualmente onesta avrebbe la risposta.» La risposta è nella riforma stessa: «Due Csm, uno per chi giudica e uno per chi accusa, composti da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi poi devono promuovere o trasferire: con il sorteggio i membri del Csm non devono dire grazie a nessuno e potranno esercitare il loro ruolo liberi e indipendenti».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio rinforza con rigore: «Il processo è tripolare: c’è un’accusa, una difesa e un giudizio e questi devono essere separati. Se non è così, il giudice non è pienamente terzo, e la Costituzione lo impone.» E aggiunge la considerazione più negletta nel dibattito: «Questi cambiamenti non fanno fare un passo indietro, bensì un passo avanti all’indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri, perché ne specializzano la funzione». C’è poi la questione europea, che Meloni maneggia con polemica incisiva. «Come è possibile che quelli che ci dicono che non siamo abbastanza europeisti ora siano contrari, quando siamo noi che vogliamo avvicinare l’Italia all’Europa?» Il riferimento è alla ventina di Paesi europei nei quali la separazione delle carriere è già realtà consolidata. Il paradosso è servito.
Il sottosegretario Andrea Delmastro traduce nel linguaggio della quotidianità: «Con la separazione delle carriere vogliamo consentire ai nostri figli un giusto processo. Con il sorteggio vogliamo eradicare quel potere cancerogeno delle correnti che ha promosso per affiliazione, non per merito, al punto che tanti bravi giudici avrebbero dovuto baciare l’anello a questo o a quell’altro capocorrente». Meloni non risparmia il colpo sulla storia recente del Csm: «Vorrei ricordare i nomi di alcuni vicepresidenti del Csm… Tutte persone degnissime, ma pensate che fossero estranee alla politica?» E anticipa una proposta: «Io penso che debba passare qualche anno per chi è stato in politica per entrare a far parte dei laici del Csm». Francesco Greco, presidente del Consiglio Nazionale Forense, porta la voce dell’avvocatura: «Sono profondamente deluso per questa campagna gravissima di disinformazione da parte dell’associazione dei magistrati, che ha messo in campo una battaglia basata sulle bugie.» Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, è netta: «Questa riforma garantisce una decontaminazione funzionale e divide i ruoli, garantendo a tutti noi un giusto processo».
Il presidente del Senato Ignazio La Russa risponde a distanza a Bersani: «La prossima volta che ti capita di citare magistrati che hanno dato la vita per difendere il loro ruolo, ricordati anche di quelli assassinati dalle Brigate Rosse, da Prima Linea e dalle Unità Combattenti.» Claudio Velardi, direttore de Il Riformista, dà la cornice storica: «È dal 1992 che il nostro sistema è in uno stato di fibrillazione permanente, dovuta a un’alleanza malsana tra i media e alcune procure che hanno messo sotto scacco la politica. E la politica non è stata in grado di rialzare la testa». Meloni chiude con un appello secco a chi vuole davvero cambiare la giustizia e il Paese. «Quella che abbiamo è un’occasione straordinaria. Non voltatevi dall’altra parte. Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma stavolta abbiamo bisogno di voi».
