Meloni al Parenti: la premier stanca tiene duro per il Referendum. Con lei in campo il Sì prende quota

Fare vincere il Sì con le armi della logica, senza buttarsi in una lotta nel fango. Questa la stella mentale che ha confidato ai suoi avere seguito, ma anche indicato, al Teatro Parenti, Giorgia Meloni. Un discorso pacato, di non cercata seduzione, ma che ha trascinato l’uditorio, strabocchevole di destra in formato large, convocato dalla rodata “machina” di FdI. La semiotica più basica rivela una Meloni stanca, ma che tiene e duro. Esibisce un carisma ragionato di chi studia e fa studiare tesi, contenuti, argomenti che poi veste con una comunicazione sobria, non più segnata da alti lai. Con lei in campo, il Sì prende quota.

L’impressione è che il referendum, al quale si è avvicinata a passo felpato, con l’ombra di qualche esitazione, il centrodestra lo vince; lo vince lei; ma vuole farlo su una dichiarazione d’onore: il No tira la palla in tribuna, il (suo) Sì sta fermo al merito, ai pilastri razionali della riforma – separazione, sorteggio, giustizia giusta con i giudici – sui quali fa sosta; ma spruzzandoli di vis polemica e qualche cessione all’anti-giustizialismo pop. Il graffio dei vice presidenti del Csm, albo d’oro di “politiciens de gauche”, aggiunge un quid pluris contro l’accampamento del No: Galloni, Rognoni, Mancino, Vietti, Legnini, sono nomi che fotografano 30 anni di magistratura guidata dalla politica: “di là”. Un colpo inedito alla teoresi del Sì che vorrebbe mettere i giudici sotto il governo. Dice non si dimetterà, anche se vincesse il No. Ma sa che perdere significa mettere a rischio le Politiche; e vincere il referendum, è invece vincere pure quelle. Per questo sul Sì ci dovrà mettere, sempre più faccia e cuore.