Meloni e l’ipotesi voto anticipato, le ragioni e i rumors: dal referendum chiave al prendere in contropiede… Salvini

Italy's Prime Minister Giorgia Meloni arrives for the second day of the G20 Leaders' Summit, in Johannesburg, South Africa, Sunday, Nov. 23, 2025. (Marco Longari/Pool Photo via AP)

La voce corre lungo i corridoi del Senato, rimbalza dalla buvette al Transatlantico di Montecitorio e s’infila nei circoli che a Roma contano ancora: quelli sul Tevere, ai Parioli, nei salotti mondani e tra gli ufficiali di Castro Pretorio. Se le condizioni si inanellano, in primavera il governo Meloni potrebbe andare a elezioni anticipate. Lo sostiene un Grand commis de l’État che deve mantenere l’anonimato, ma che conosce meglio di ogni altro i segreti dell’esecutivo.

Ma come? Giorgia Meloni non ha già detto chiaramente, più volte, che intende arrivare alla naturale scadenza di fine mandato, nel 2027? E non ha ribadito ogni volta, con i suoi, l’allergia alla parola rimpasto, all’ipotesi di Meloni bis, proprio per non intaccare la sacrosanta integrità, univoca e congruente, del Meloni I? Tutto vero. Ma le voci che vedono Meloni possibilista sull’ipotesi di andare al voto anticipato hanno le loro ragioni. Chi ci informa, e le sostiene con avveduta certezza, ce le elenca.

Le ragioni del voto anticipato

Per la prima, va allargato il focus. E considerato lo scenario globale. Il governo Meloni ha attraversato i marosi delle crisi internazionali più complesse degli ultimi trentacinque anni. Non c’è dubbio. E non ci sono dubbi che le abbia anche affrontate per il verso giusto, grazie alla migliore combinazione tra sherpa e apparati, frutto a loro volta della stabilità e di una guida salda. Sulla Russia, a sostegno dell’Ucraina, Meloni ha giocato le carte giuste. E se nelle prossime settimane la situazione volgerà alla sua conclusione, con un processo negoziale che aprirà alla fase della ricostruzione, Meloni potrà sedere tra i pacificatori senza aver mai fatto venir meno neppure un grammo di atlantismo. E le nostre aziende sono già candidate a stare nel gruppo di punta tra i ricostruttori: i progetti urbanistici, ingegneristici, industriali dell’Ucraina che verrà sono già incardinati nelle agende di Eni, Cdp, Sace, Webuild, Fincantieri e Leonardo.

Quanto alla fase due della pacificazione in Medio Oriente, il governo ha mosso già le sue pedine. Un contingente militare italiano sarebbe pronto ad occuparsi del peace enforcement a Gaza, mentre la missione Unifil, sempre più pleonastica, verrà smantellata in anticipo. La pace ai confini orientali e meridionali dell’Europa, se accompagnata al disarmo non solo di Hamas ma anche degli Houthi, si tradurrà in un notevole vantaggio per la ripresa degli scambi (si pensi al grano, ai fertilizzanti, ai metalli) e in un beneficio immediato e concreto per il commercio marittimo e per la navigazione turistica italiana. Sarà poi la definizione amichevole della partita dei dazi, incubo per i primi dodici mesi di amministrazione Trump, a portare ulteriore sollievo alla nostra bilancia commerciale.

L’apice in primavera: referendum chiave

E dunque, perché andare al voto anticipato? Perché tutti questi fattori, ci viene detto, si tradurranno a breve in una revisione al rialzo delle stime del Pil, della stabilità dei conti: il ritorno della A nel rating italiano, fatto a suo modo storico, è alle viste. E una sola A porterebbe il gradimento del governo intorno a vette insperate. Le azioni, in borsa, vanno vendute quando sono all’acme. Poi possono solo scendere. Meloni sa che quell’apice arriverà in primavera. Quando alla situazione internazionale e al quadro economico si sommerà una vittoria interna dal sapore storico. Quella sul fronte giustizialista del No.

Se il referendum sulla riforma della giustizia di marzo si tradurrà in un buon successo dei Sì, per intenderci dal 55 al 60% (o ancora di più) per Meloni arriverà davvero il miglior momento per passare all’incasso. Con la popolarità al massimo, tutti i parametri allineati in segno positivo, l’abbrivio del referendum a favore, Meloni potrà chiamare le urne con la certezza di affrontare l’avversario nella posizione di massima forza.

Prendere in contropiede Salvini

E poi c’è un altro punto, che il nostro Grand commis ci sussurra all’orecchio: Matteo Salvini punta a sparigliare, ad alzare i toni, da sempre, nell’ultimo semestre utile. Prendere in contropiede Salvini, agendo in anticipo, costituirebbe un ulteriore vantaggio per Meloni, decisa a capitalizzare per Fratelli d’Italia i successi del suo governo. Da sabato l’appuntamento più importante della politica italiana, la festa di Atreju, sarà l’occasione per lanciare la campagna elettorale che entrerà nel vivo a fine marzo, dopo il Sì sulla separazione delle carriere. Il titolo di questa edizione, «Sei diventata forte», sembra proprio un inno dedicato a Meloni.