Meloni e Merz spingono su cooperazione e meno burocrazia. Quando i Paesi si parlano e l’Europa smette di essere un’assemblea condominiale

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere federale della Germania Friedrich Merz durante il vertice intergovernativo a Villa Doria Pamphilj, Roma, Venerdì 23 Gennaio 2026 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Premier Giorgia Meloni and Federal Chancellor of Germany Friedrich Merz during the intergovernmental summit at Villa Doria Pamphilj, Rome, Friday, January 23, 2026 (Photo by Roberto Monaldo /LaPresse)

La svolta, così spesso evocata e rimandata, bussa alle porte dell’Europa senza particolari solennità. Non è un proclama, ma una virata netta sul potere di decidere e spostare risorse. Soprattutto sui temi più caldi, cioè competitività e difesa. Finisce così, senza preavviso, la saga trentennale del patto franco-tedesco, da sempre inteso come l’articolo 1 non scritto dei trattati europei.

Nella foto più diffusa dopo il vertice Italia-Germania, Friedrich Merz e Giorgia Meloni sorridono ma lei si copre la bocca. Sembra un gioco dei mimi: meglio non dirlo forte, ma da domani lo facciamo per davvero. Parliamo di una novità che va oltre l’equilibrismo di von der Leyen, i volenterosi guidati dagli inglesi e le fughe in avanti dei francesi. È la più forte scommessa politica unitaria dopo il quantitative easing. D’ora in avanti, l’unanimità smette di un essere un feticcio insormontabile. L’Europa sarà a più velocità, perché centrata sui fatti e le urgenze reali e non più sulle sue liturgie auto-paralizzanti. Il traino italo-tedesco può funzionare perché nasce da una necessità e non da un regolamento di conti. Francia e Germania hanno funzionato solo finché l’Europa è stata soprattutto regole e moneta. Ma in un continente che deve fare in fretta difesa, energia, tecnologia e finanza, l’equilibrio cambia. Serve muovere la macchina, e questo si può fare solo con le leggi della politica: quelle che l’economista Mario Draghi ha definito “federalismo pragmatico”, da realizzare per impulso dei “paesi lungimiranti”. Non c’è nessuna rivoluzione procedurale, ma solo la fine di un alibi. Quando i Paesi che contano si parlano prima, l’Europa smette di essere un’assemblea condominiale e torna a somigliare a un soggetto politico.

I pre-vertici che indirizzano le decisioni degli organi formali non sono molto diversi dal board dei soci più forti di un’azienda, che concordano la linea per non andare in Cda in ordine sparso. Ma il senso politico è molto più ampio e dirompente, e segue la rottura con Parigi sul Mercosur, l’accordo UE-Sudamerica ritenuto strategico per creare nuovi mercati e non restare ostaggi di Trump. Il paradosso è che proprio la Francia anti-trumpiana finisce per fare il gioco di Washington, puntando a rinchiudere l’Europa nella politica autarchica del “buy european”. Il disegno di Italia e Germania, i due Paesi che pure passano per i più vicini a Trump, rompe questo schema. Rimette al centro l’identità del vecchio continente, in un mondo in cui non è più realistico avere come unici obiettivi la stabilità dei prezzi e dell’inflazione, una spruzzata di coesione e qualche aggiustamento nel commercio estero. Modifiche e semplificazioni che saranno protagoniste già nel summit sulla competitività previsto domani in Belgio tra i leader dell’Unione.

Naturalmente, in una parte dell’establishment europeista, questa mossa suona già come un’eresia. Ma la vera anomalia non è che oggi qualcuno impugni il testimone delle decisioni, ma che per anni l’Europa abbia confuso la virtù con l’inerzia: più norme, più controlli, più procedure, mentre attorno a noi il mondo si trasformava in un’arena ostile dove la realtà si scrive secondo la legge del più forte. Merz e Meloni mettono in pratica con l’impazienza della politica quello che Draghi ha spiegato con la pazienza dei numeri: investimenti massicci, abbattimento delle barriere burocratiche interne, difesa comune, energia come infrastruttura di sovranità. Una questione di sopravvivenza che finalmente diventa agenda politica reale.

Il bilancio di queste giornate può quindi far pensare a un cambiamento durevole. Nel momento in cui Trump la tratta da minorenne, l’Europa si scopre adulta e decide di uscire dalla periferia dell’economia e della politica globale. Interessante, in Italia, l’apertura di Stefano Bonaccini al nuovo corso europeo avviato dal governo. Il Pd, forse positivamente condizionato dal ruolo avuto da Enrico Letta, chiede di procedere verso il debito comune. E questo è in effetti ancora il punto di maggiore divergenza dell’asse italo-tedesco. Potrebbe essere il passo giusto per un’Europa non più immobile né sovranista, ma sovrana.